• EPOMENISTASI, ATENE
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02 October 2013
Tourkovounia

Tourkovounia
02 October 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
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Un pezzo di pelle di serpente e del timo selvatico. Tre tartarughe di terra, diversi formicai ed un fagiano più sorpreso che impaurito. Anche ad Atene è possibile incontrare tutto ciò. Per farlo occorre però oltrepassare case e viali, raggiungere la roccia bianca che tanto ha influenzato il colore della città e spingersi in cima.

Un paio d’ore a piedi partendo da Kipseli, quartiere a Nord di Atene considerato periferico. La vegetazione della collina in cui mi ritrovo somiglia a quella di Lipsi, piccola isola del Dodecaneso: arbusti molto bassi e graffianti, rami secchi ed ingialliti, qualche ciclamino e bocca di leone, giovani pini di un verde fluorescente ed altre piante di cui non conosco i nomi ma solo gli odori. Anche qui i sentieri sono contrassegnati da un pallino rosso. Cacche di cani e non di capre. Il rimbombo del traffico sostituisce quello del mare.

Quando il vento soffia verso Ovest un cane alle mie spalle percepisce la mia presenza annusando il mio odore nell’aria. Pur non vedendoci sento che siamo in relazione. Accade, a volte, e non solo con gli animali.

Tutt’intorno si estende la città. Oltre i palazzi, però, altri monti. Abitazioni e strade restano ai miei piedi a circa trecento metri di distanza: palazzi che quando vi si cammina di fianco sembrano infiniti ed ingombranti mi si presentano ora in tutta la loro ristrettezza. Ne vedo i tetti ed i confini. Mi gusto con soddisfazione il loro essere geometricamente finiti e concisi. Occupano uno spazio predeterminato che si può sempre aggirare, superare, dimenticare. Contemplando il paesaggio rifletto sull’aggressività della linea retta – quest’invenzione umana criticata già a suo tempo dall’artista viennese Hundertwasser – e su quanto siano invece multiforme le montagne che si innalzano verso il cielo. Queste presenze millenarie sono un tutt’uno di libertà che genera paesaggi morbidi dall’orizzonte infinito.

Dopo una breve sosta percorro altri sentieri. Senza saperlo e senza nemmeno averlo predeterminato sono arrivata a Tourkovounia, la “montagna dei turchi”. Durante l’occupazione ottomana un grande cimitero turco era presente su questa collina, che oggi fa
da confine tra i comuni di Galatsi (a ovest e nord-ovest), Filothei (a nord) e Psychico (a nord-est). Informazioni differenti sostengono invece che il nome derivi non tanto dalla presenza del cimitero ma dal semplice fatto che i turchi vi sostarono per un lungo periodo. Su una cosa, tutti, sono d’accordo: l’antico nome, Lykovounia, indicava la presenza dei lupi oggi scomparsi.

  • EPOMENISTASI, ATENE
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30 September 2013
Oltre il Pireo

Oltre il Pireo
30 September 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
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Nikea, Pèrama, Keratsimi.
La via in cui il 18 settembre 2013 il rapper antifascista PavlosFyassas è stato accoltellato a morte rimanda con forza la presenza del mare. Tratti di strada proibiti alle macchine, tavolini fuori dai caffè e molti negozi chiusi. Affittasi, dicono le vetrine.
Ci andiamo per vedere.
Attraversare un luogo permette di cogliere le architetture delle strade e delle case, di condividere sguardi sconosciuti, di respirare l’aria salmastra carica di sale marino. Ci si costituisce così un’idea personale rispetto a quanto immaginato, un punto di vista proprio ricco d’immagini in movimento che restringono la fantasia dentro quadri ben incorniciati. Sostiamo poco per poi spostarci verso Pèrama. Tra i moli ed il mare si sviluppa il porto commerciale di Atene. Siamo oltre il Pireo, all’interno di una periferia assolutamente distante dai casermoni che circondano Milano.
Terre di sofferenza e povertà: le canzoni tradizionali narrano storie di lavoro, fatica e sudore. Esplosioni improvvise e morti accidentali.
“Quando eravamo bambini – racconta un amico del rapper ucciso in una recente intervista – sentivamo le esplosioni dalle nostre classi; quando questo accadeva eravamo autorizzati ad uscire dalla scuola per recarci al porto e constatare se nostro padre o nostro fratello fossero rimasti coinvolti nell’incidente…”
E’ il regno della tifoseria dell’Olympiacos e storicamente è la sinistra a vincere alle urne. Il quartiere è proletario, con case basse e porte che non si chiudono; nonostante la Grecia non abbia una tradizione di classe operaia equiparabile all’Italia Pèrama, nel suo piccolo, racchiude tratti della nostra identità. Percorriamo i diversi moli che definiscono questo spazio urbano a perenne contatto con il mare. Soste fotografiche e brevi camminate. Navi arrugginite dai colori attraenti perché non più luccicanti giacciono immobili sul filo dell’acqua. Sono cosparse di ruggine ed oggetti polverosi. Immagini di santi e madonne ci guardano senza sospetto dalla cabina di comando. Funi, reti, copertoni appesi ai bordi delle barcheonde evitare rovinosi sfregi sempre possibili in fase di attracco.
Navi nuove. Maestose. Enormi. Invisibili omini sostano su una sedia quasi fossero i guardiani di questi giganti mezzi che, onda dopo onda, percorrono senza stancarsi i chilometri che separano o avvicinano continenti, persone e paesi.
Il mare, molto calmo, non produce suoni: anche questa sera accoglierà paziente gli ami dei pescatori.

  • EPOMENISTASI, LIPSI
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26 September 2013
Rientro sulla terraferma

Rientro sulla terraferma
26 September 2013
  • EPOMENISTASI, LIPSI
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Manolis ha un modo di fumare distaccato, come di colui che, consapevole del male che questo gesto quotidiano gli provoca, cerca di allontanarsi dalla realtà. Accende la sigaretta e subito lascia che il vento la consumi nel posacenere. Ma non può fare a meno di guardarla, di cercarla con gli occhi, e dopo pochi secondi, in un movimento incondizionato e desiderante, le dita la afferrano nuovamente. Un’altra boccata, un sorso di birra, e la sigaretta ritorna nel posacenere. Manolis posa lo sguardo sul porto, mi indica la sua barca con cui ogni sera va a pescare, racconta storie passate ed un poco confuse avvenute anni fa tra l’America e la Grecia ma non si dimentica della sua sigaretta.
- “Quando la nave arriva a Lipsi lo senti dal suolo” ci dice volgendo lo sguardo verso le scarpe.
Sono le 23.45 e siamo ancora sedute all’ouzeria che si affaccia sul porticciolo: la nave diretta ad Atene dovrebbe attraccare tra meno di dieci minuti e la logica suggerirebbe di avviarsi verso il punto di attracco invece che sostare al caffè ordinando un’altra birra.
-“Credimi, io qui ci vivo. La vedi laggiù, sulla sinistra, la capitaneria di porto?” incalza nuovamente indicandomi la sede che sta dietro di noi, ad una cinquantina di metri.
-“Dal momento in cui l’ufficiale uscirà dalla porta con in mano un foglio di carta ed un timbro avrete ancora dieci minuti. Abbiamo quindi tutto il tempo di bere un altro bicchiere”.
Uno sguardo complice e rassegnato si genera tra me e Martha. Stanotte va così, senza fretta.
Mi fido di lui e del suo sguardo sottile che si nasconde sotto la visiera del cappello che indossa perennemente e che, anno dopo anno, gli ha modificato la forma dei lunghi capelli. Nonostante la fiducia provo però un po’ di ansia nello stare seduta invece che in piedi aspettando la nave. Ingannano quindi il tempo recandomi in bagno e rifiuto l’ennesima sigaretta.
Le vibrazioni arrivano lente, accompagnate da un brusio che si fa via via più presente. L’ufficiale appare sulla porta e s’incammina stringendo foglio e timbro nella mano.
I fari del traghetto non sono ancora visibili ma per me è giunto il tempo di ripartire.
Manolis paga il conto e mi regala il pacchetto con le ultime tre sigarette.

  • EPOMENISTASI, LIPSI
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13 September 2013
Benèto

Benèto
13 September 2013
  • EPOMENISTASI, LIPSI
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“L’acqua ha memoria”, sostiene Benèto sorseggiando la sua Corona con la fetta di limone infilata ben bene nel collo della bottiglia di vetro. Mi guarda seriamente mentre pronuncia queste parole prendendosi del tempo prima di ricominciare a parlare. Il tempo necessario di infilare le dita nella tasca dei pantaloni di jeans ed arrivare all’ennesima Assos.
-“Ho lavorato per quindici anni nel mercato del pesce. Quindici anni a contatto con il mare, sfruttandolo, senza arricchirmi e dimenticandomi quasi di come si nuota. Lavoravo di notte senza pensare. Poi, un giorno, il mare mi ha respinto”.
Una boccata di fumo intenso verso di me, che sorrido un poco pur prendendolo sul serio.
-“Da quel momento ho capito che era giunto il momento di allontanarmene. Bounòs , Rita, bounòs. Ho smesso di lavorare, contato i risparmi di trent’anni ed acquistato un terreno qui, appena sopra il porto. Mi sono ricongiunto alla mia famiglia, costruito la casa che non è ancora finita, iniziato a coltivare ed allevare. Tutto con calma, prendendomi il tempo di imparare, di sbagliare. Senza fretta ma con amore.”
Si batte il pugno sul cuoreed ordina una seconda Corona.
-“Fredda, Pedros, mi raccomodando! E non dimenticare il limone…”
Un’altra Assos fra le sue dita un poco sporche.
-“Quest’anno, per la prima volta, io e mia moglie abbiamo prodotto il formaggio. Piccole quantità, solo per noi. Ma immagina che soddisfazione! Lei è un’insegnante, non ne sa niente di queste cose, ma lentamente stiamo imparando. Insieme. Come sempre. E poi ci sono i cani, quattro: nella mia fattoria collaborano tutti, anche loro, altrimenti niente cena. Ognuno ci mette del suo. Agàpi , Rita, agàpi. Nient’altro.”
Fa per accendersi un’altra sigaretta prima di decidere che mi ha rubato troppo tempo e che è giunto il momento di tornare a casa. Provo a spiegargli che non no molta voglia di leggere le 80 mail in attesa da diversi giorni ma è inutile. Rimette la sigaretta nel pacchetto, paga il conto anche per me s se ne va. Il piccolo cane marrone chiaro lo segue senza emettere suono.Fisso lo sguardo del mio computer sorseggiando pensierosa la mia spremuta d’arancia.

Benèto ha un corpo magro ed allungato, capelli lunghi neri sempre raccolti, una barba corta e probabilmente ispida, occhi scuri ed un modo di parlare lento ed improvvisamente alto. Lo conosco al calar della sera di una rara giornata trascorsa sul pendio in compagnia di Vassìlis, il monaco che abita la piccola chiesa bianca con le galline rinchiuse in un pollaio troppo piccolo per poter volare. La cena ci sta aspettando di sotto, dove abita Stamàti, personaggio semi-leggendario dal passato burrascoso che ancora non conosco. Ad accoglierci ci sono quattro persone, un piatto di piattoni al sugo, un’insalata di pomodori, delle seppie grigliate e tanti bicchierini di un alcolico australiano che non disseta ma stimola la gola ad un altro brindisi. Condividiamo la cena senza luce elettrica e sporcandoci le dita. Come nei pochi ristoranti in cui ho avuto modo di sostare ad Atene, anche qui il cibo è servito su un unico piatto da cui si attinge senza fretta. Benèto scherza con il figlio diciassettenne, Vassìlis sorseggia un succo di frutta, Stamàti riempie e svuota i bicchieri, Martha si rolla una sigaretta di tabacco Philip Morris e Iannis, il poliziotto ventenne in servizio estivo a Lipsì, resta in silenzio quasi quanto me: indossa una tuta blu dai pantaloni lunghi per proteggersi dagli eventuali serpenti e resta in maniche corte anche quando a mio parere fa troppo freddo.
La cena si consuma velocemente: in meno di un’ora sono di nuovo in cima al monte, pronta a sdraiarmi sul pavimento della chiesa che, a differenza del tetto della scorsa notte, sarà il mio giaciglio per le prossime ore.

Sul muro in pietra vicino al camino della casa di Benèto spicca, accomodata tra le icone votive, la fotografia di un uomo dalla pelle non troppo scura che indossa una tunica arancione; oltre il muro di pietra, sulla sinistra, si trova la cucina. Sopra al lavello, un’altra fotografia dell’uomo riccioluto, un poco paffuto e vestito di arancione.
-“E’ il mio guru indiano”, risponde Benèto mettendo a tacere la ma curiosità.
Esco di casa scuotendo leggermente la testa e sorridendo, curiosa di scoprire, se e quando ci sarà l’occasione, il ruolo di questo uomo nella sua vita. Mi risiedo attorno al tavolo di legno e termino l’ottimo bicchiere di vino bianco made in Creta.
La casa di Benèto si trova nella “zona montuosa” di Lipsì, una definizione personale che non si trova nelle guide turistiche. Se non si sa dove andare è difficile arrivarvici perché rimane nascosta al termine di una strada sterrata severamente controllata da quattro piccoli cani che abbaiano ma non mordono. Ed in effetti la prima volta che ci siamo avventurate in questa parte dell’isola, più per curiosità che per volontà di trovare la sua abitazione, siamo giunte al porto senza esserci imbattute nei quattro cani impossibile da distrarre. L’invito che però Benèto mi rivolge al bar tra una Corona ed una Assos è troppo forte da non esser soddisfatto e così, a distanza di soli tre giorni, ripercorro la stessa strada in compagnia di Martha portandoci dietro qualche informazione in più. Oltre ai cani ad accoglierci c’è la moglie, una signora sorridente dai capelli che via via si fanno più grigi e molto bassa in confronto alla statura di Benèto. Nemmeno il tempo di sederci ed un caffè greco fumante, accompagnato da un bel bicchiere d’acqua fresca, è tra le nostre mani. Benèto arriva dopo un po’, stiracchiandosi un poco dal sonno recentemente interrotto ma felice di questa sorpresa pomeridiana.
Nonostante ci siamo visti solo due volte respiro aria di casa: semplici parole, gesti abitudinari, libertà di movimento.
La fattoria si estende sopra e sotto di noi: i vegetali da una parte e gli animali dall’altra. La casa bianca a due piani nel mezzo. Una piccola serra oltre i meloni, un pozzo vicino al tavolo e un pezzo di campo incolto sulla sinistra, appena prima dell’ingresso. Sacchi di mais su una panchina ed erba secca dietro l’angolo.
Il mare – che oggi data anche la forte umidità ed immobilità dell’aria sembra un lago addormentato – rimane vicino, accessibile solo se si decide di scendere fino al porto.
Benèto, rifugiato tra i monti di Lipsì, si tiene così lontano dall’acqua che una volta l’ha respinto.

  • EPOMENISTASI, LIPSI
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11 September 2013
Pende-pende

Pende-pende
11 September 2013
  • EPOMENISTASI, LIPSI
  • Scritti

Il campo sterrato con la scuola da sfondo è ancora vuoto quando arriviamo. La terra polverosa immobile e l’aria silente. Nessuna voce di bambino attraversa lo spazio attorno a noi ed i movimenti che avvengono nel porto giù in basso rimangono estranei. Sono passate da poco le sette di sera, l’aria non è più così calda ed anche gli animali possono finalmente tirare un sospiro di sollievo. L’appuntamento è stato fissato due giorni fa, nel mezzo di una serata in cui un concerto finito forse troppo presto – caratterizzato da un violino assai presente e quasi acido – ci ha concesso d’incontrare i ragazzini che scorrazzano in bici per il paese.
Evangelisha 12 anni, corporatura robusta e capelli castani; il suo parlare forte, dettando le regole dell’incontro, rivela immediatamente il suo ruolo di aspirante leader nel gruppo. Sette fratelli ed una casa con un sacco di scatoloni di cartone nell’atrio. Anche Manolis, seppur più piccolo, ha sempre qualcosa da dire ed una cicca da masticare tra i denti. Kostantino porta un cappello di tela con la visiera al contrario ed un crocifisso al collo. “German” invece ha capelli biondi e lisci, e forse è proprio questa sua aria un poco alemanna che viene chiamato così. Dimitris indossa la maglia di Ronaldo e Mario tiene stretto il cellulare nella mano destra.
-“Enakoritsiagia mas kaienagiasàs ”, impone Evangelis senza lasciare altra possibilità.
A me spetta invece il compito di creare le squadre. Il metodo greco funziona così: ad ognuno dei partecipanti viene assegnato un numero, dopodiché una persona nomina i numeri progressivamente ma senza rispettare un ordine preciso.
Cinque contro cinque ed un unico portiere. Senza il fischio d’inizio la polvere si alza, la palla rimbalza, le gambe corrono veloci, i corpi si scontrano ed i respiri si fanno più corti e concitati. L’arrivo di Stamàti, un uomo di quarant’anni circa a cui piace bere quasi quanto stare in compagnia, rallenta un po’ il ritmo del gioco. I bicchieri di tsipouro che ha alle spalle rendono i suoi movimenti lenti, al limite del sopportabile, ed i ragazzetti gli corrono incontro sfidandolo e deridendolo un poco. Nonostante il suo stato alticcio, dai movimenti del piede e da come cerca di impostare il gioco di squadra si possono ancora intravedere gli anni di calcio trascorsi all’interno di una squadra semi-professionista. Poi un giorno le cose cambiano, la caviglia che cede sotto il peso di uno scontro troppo violento e la panchina al lato del campo come nuova compagna. La vita ad Atene e le mille possibilità, la difficoltà di dire no, l’arrivo delle sostanze che invecchiano i sogni restringendo l’orizzonte dentro giornate spese a rincorrere la pausa da se stessi, il lavoro che non c’è e la famiglia che si fa distante. Stamàti ritorna quindi a Lipsì dopo quindici anni e trova rifugio in una piccola chiesetta a pochi metri dal mare, nella stanza adiacente a dove si svolgono le funzioni. Senza elettricità ma con una fonte d’acqua che scorre dal monte, sorvegliata da un serpente che si apposta guardingo in attesa che gli uccelli siano distratti durante il loro abbeveraggio, passa le sue giornate offrendo caffè a coloro i quali si recano a Kimisìin visita al monaco che vive in cima al monte.
Un fallo inesistente ed un corner dal calcio d’angolo riportano l’equilibrio tra le squadre: quattro pari. Un’azione veloce ed un contropiede di fortuna al calar del sole rendono tutti vincitori: la partita termina cinque a cinque. Pende pende.
Vince anche Stamàti, anche se forse non lo sa.

  • EPOMENISTASI, LIPSI
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06 September 2013
Rumori di passi

Rumori di passi
06 September 2013
  • EPOMENISTASI, LIPSI
  • Scritti

Rumore di passi: sempre più vicini, sempre più presenti. La luce di una torcia elettrica illumina la notte squarciando lo spazio buio tra il sentiero e le stelle. Dalla posizione in cui mi trovo è difficile scorgere la mia presenza. Resto immobile senza provare timore avendo già capito l’identità di questa improvvisa presenza, sforzandomi solo di restare al riparo per non spaventarlo.
Il cigolio della porta che si trova alle mie spalle, ad una decina di metri da me, segnala il suo risveglio. Proprio come questa notte mi avvicino a lui attraverso dei semplici rumori; quando decido di voltarmi la vista non rimane sorpresa dalla sua figura, tradizionalmente vestita di una tunica nera e da lunghi capelli raccolti. Una barba a tratti bianca, a tratti incolta, gli ricopre gran parte dei viso lasciandogli però liberi gli occhi – “occhi da bambino” – come ribadirà Martha più volte. E’ mattino presto, il sole che sorge alla mia sinistra scalda il mio corpo infreddolito dalla notte all’addiaccio ed ora, gli stessi passi che ho udito poche ore fa, si avvicinano nuovamente a me portandosi dietro un forte odore d’incenso.
Ammirando l’orizzonte cosparso di isole leggermente montuose che sbiadiscono le loro cime nel cielo un poco offuscato resto seduta su una panchetta di legno che obbliga la schiena a restare in posizione eretta. Il mare è giù in fondo, e lo strapiombo che mi separa da lui mi fa sentire davvero in alto, al di sopra dei problemi terreni. Dietro di me i rumori continuano: l’eco dell’acqua nel pozzo ed il secchio che vi si immerge fino a farsi pesante, l’accensione del fornellino a gas con cui i greci preparano il caffè, l’incontro tra il cucchiaino ed il pentolino di metallo. Sento che il gas fuoriesce molto lentamente dalla bombola e penso che anche questo semplice suono riveli parte della sua identità. Ci sono due modalità di fare il caffè, (che da questi parti si prepara ponendo la polvere marrone in un contenitore pieno d’acqua che poi bollirà), che si distinguono nella tempistica e non nel risultato: c’è chi accende il fornellino intensamente, sfruttandone tutta la sua potenza, e chi invece preferisce una fiamma debole, instabile ma continua. Anche l’essere lenti è un fattore di scelta.
Trattengo piccole lacrime inutilmente, asciugando gli occhi di tanto in tanto nella speranza che i miei occhi siano presto asciutti, incapaci di riportare il turbamento che mi ha attraversato voltando il mio volto verso di lui. Seduto di fianco a me mi porge un bicchiere fumante e mediamente zuccherato. Continuo a scaldarmi sorseggiando caffè e strofinando le mie mani sul bicchiere di plastica bollente, rammentando così l’immagine di mia nonna Luigia seduta al tavolo del suo piccolo salottino. L’inquietudine malamente nascosta emerge nuovamente quando, alla domanda se pratico la meditazione, senza quasi darmi il tempo di rispondere, mette le sue dita sul mio polso destro. L’ascolto delle mie pulsazioni gli rivela parte della mia storia recente: percepisce le semplici paure, la sfiducia che a volte mi accompagna, l’ansia di capire ed una parziale inquietudine. So che mentire non avrebbe senso e non cedo al gioco della menzogna lasciandomi trasportare in questo viaggio, aprendo gli occhi solo per qualche secondo, assecondando la mia interiorità e sforzandomi, senza fretta, di stabilizzare la mente ed il cuore. Percorriamo questa strada insieme, condividendo più silenzio che consigli, interrompendo l’ascolto dei battiti da brevi parole pronunciate a bassa voce.
Mi ritrovo a pensare quanto sia facile, a volte, condividere segreti con persone che non si conoscono.
Col trascorrere del tempo cessano tutti i rumori. Resta solo la natura: a seconda delle barriere che incontra il vento assume tonalità differenti.

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02 September 2013
Esplorazioni relazionali

Esplorazioni relazionali
02 September 2013
  • EPOMENISTASI, LIPSI
  • Scritti

Camminiamo verso Moschato accompagnate da un forte vento che da due giorni imperversa sull’isola rendendo più sopportabile il lavoro quotidiano. Un passo svelto e molto deciso, segno di un allenamento costante e che non sfida i limiti dei nostri corpi.
Dopo una quindicina di minuti in cui la strada attraversa campi brulli e modeste abitazioni, il mare riappare sulla nostra destra manifestando tutta la sua potenza: un blu intenso cosparso da onde che parlano di profondità marine verso cui provo più paura che attrazione.
Nessuna barca all’orizzonte.
Isolotti rocciosi di cui non conosco i nomi.
Dopo un’ora di cammino ci lasciamo la strada asfaltata alle spalle per proseguire su di un sentiero cosparso di sassi e cacche di pecora: costeggiamo il versante destro del monte senza dover così ridiscendere fino alla spiaggia per dover poi risalire. La vegetazione diventa leggermente più intensa e qualche albero regala invitanti spazi ombrosi.
La classica chiesetta bianca dal tetto celeste è posta alla fine del sentiero, che sfuma così sasso dopo sasso. Vassilis, il monaco che da un paio di anni abita questo luogo, non è in casa; la sua presenza si manifesta però attraverso semplici oggetti di uso quotidiano: un tavolo rotondo racchiuso da panche di legno, alcune galline nel pollaio, un forno a legna apparentemente in disuso, una bombola del gas ed un fornello come cucina. Sulla parete della chiesa è appesa una corda, la classica corda usata per saltare: l’immagine del monaco vestito di nero si mischia a quella del lottatore di boxe, rappresentato più volte nei film tutto sudato ed intento a saltare con lo sguardo fisso verso il basso.
Possibili coste turche davanti a noi.
Attendiamo il tramonto gustando l’uva dolce di Manolis ed i fichi raccolti stamani. Nello zaino una manciata di fichi secchi passati nel forno e cosparsi di semi di sesamo che so che le piacciono. Aprendo la busta l’odore di menta che ci ha accompagnato durante tutto il cammino si libera finalmente nell’aria.
Minuti di silenzio.
Siamo in uno dei punti più alti dell’isola.
Un cielo scuro attraversato dalla Via Lattea (che da queste parti appare più lunga e luminosa di come la ricordavo) ci fa compagnia fino alle rispettive case.
Il rumore del vento, ora ancora più intenso, costringe i nostri corpi ad avvicinarci: mantenendo la “distanza di sicurezza” che spesso intercorre tra persone che ben poco si conoscono sarebbe impossibile sentire i reciproci racconti che alterniamo passo dopo passo.
Proseguiamo quindi così, intimamente controvento.

  • EPOMENISTASI, LIPSI
  • Scritti

27 August 2013
Quaranta giorni d’attesa

Quaranta giorni d’attesa
27 August 2013
  • EPOMENISTASI, LIPSI
  • Scritti

La stanza ha un pavimento leggermente inclinato, impercettibile alla pianta dei piedi.
Un buco da un diametro di otto centimetri è ricavato in uno degli angoli. Un liquido denso, dolce e violaceo scorre lento attraverso questo buco per ricadere in un recipiente di plastica incastonato nel suolo posto all’esterno della costruzione. Attraverso una caraffa che ha il colore del rame sbiadito il liquido viene prontamente rimosso e sistemato in provvisorie bottiglie di plastica. Nella stanza adiacente, invece, una botte di legno molto capiente attende immobile di essere riempita: la notte antecedente al suo interno è stata versata dell’acqua bollente in cui sono stati fatti bollire, per diverse ore, timo e origano.
Le sue pareti, ancora impregnate da queste spezie mediterranee, assumeranno presto un altro sapore.
All’interno della stanza inclinata ci sono due macchine: la prima macina, la seconda pressa. Nel mezzo di questi due procedimenti ci sta il movimento alternato dei piedi: un ritmo ripetitivo che ricorda il marciare dei soldati.
Passato il primo giorno, rimuovendo il tappo della botte di legno, si può già udire il suono inconfondibile della fermentazione. Quaranta giorni di attesa ed il liquido denso, dolce e violaceo si trasformerà in un vino forte che aspira ai quattordici gradi.

  • EPOMENISTASI, LIPSI
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22 August 2013
La crisi dell’acqua in b...

La crisi dell’acqua in bottiglia
22 August 2013
  • EPOMENISTASI, LIPSI
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Un’unica fonte d’acqua rifornisce tutta la popolazione; gratuitamente o attraverso le tasse, a seconda dei punti di vista. La si può trovare nella parte meridionale dell’isola, ad una decina di minuti a piedi dalla fattoria di Kòstas.
Molti abitanti di quest’isola sono anziani signori che abitano la costa da generazioni e generazioni sfruttando la terra ed il mare. La maggior parte di loro non possiede automobile e limita gli spostamenti utilizzandogrigie motorette invecchiate. Nonostante le dimensioni ridotte, la maggior parte di loro preferisce evitare viaggi quotidiani fino alla fonte: meglio rifornirsi acquistando l’acqua nel supermercato localizzato nei pressi del porto.
Cassoni pieni di bottiglie di plastica arrivano ogni giorno dal mare: litri e litri di acqua dolce galleggiano sopra litri e litri d’acqua salata.
Nel costo della merceè previsto tutto questo sorsi che valgono oro.
Per venire incontro ai bisogni degli isolani lo stato greco da sempre sovvenziona parte di questi viaggi attraverso dei finanziamenti; e se d’estate, grazie all’afflusso dei turisti, i costi della navigazione sono facilmente ammortizzabili, in inverno le cose cambiano. I barconi carichi d’acqua limitano i viaggia ad una volta alla settimana ed il governo, per soddisfare il fabbisogno della popolazione, si trova “costretto” a finanziare questi spostamenti nonostante non ci siano più i sostanziosi ricavi provenienti dai turisti.In un periodo di crisi e di recessione economica, però, è facile immaginare che questi fondi siano ridotti all’estremo, se non completamente estinti.
Per il prossimo inverno nessuna nave attraccherà al porto di Lipsì. I litri d’acqua potabile resteranno a galla ed andranno a riempire scaffali di supermercati più accessibili.
Agli anziani abitanti di Lipsì, in attesa che l’impianto di de-salinizzazione sia pronto, non rimarrà quindi che tornare alla vecchia e fidata fonte, riproponendo così segreti rapporti di mutuo soccorsoereciproco aiuto.

  • EPOMENISTASI, LIPSI
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22 August 2013
Prime conoscenze

Prime conoscenze
22 August 2013
  • EPOMENISTASI, LIPSI
  • Scritti

(…) La produzione dell’olio non è solo un mestiere, è anche una tradizione. L’oliva non è solo un frutto: è anche una religione.
(…) Guardando dove cresce l’albero dell’ulivo ci domandiamo da dove venga un succo così denso e grasso in una terra così avara e secca. Viene solo dalla terra, o non sarà forse anche il mare a crearlo?
“Breviario Mediterraneo”. Predrag Matvejevic¢.

-“You know what’s happen yesterday night to me and Rita?” dice Kàstas alle ragazze sedute al tavolo indaffarate a staccare acini d’uva da grappoli ormai maturi.
Appena sveglia ripenso all’avventura di ieri sera: in attesa di prendere sonno decido di farmi un giro nel cortile della casa. Una stradina sterrata collega lo spazio esterno all’ orto per poi terminare in una piccola radura ricoperta da alberi da frutta ed ulivi. Un vigneto di circa 200 piante si sviluppa oltre l’orto rendendo il paesaggio uniforme. Cammino curiosa gustandomi il terreno ed all’improvviso scorgo una grossa figura nera proprio a due passi da me. Mi arresto immediatamente e ripercorro decisa la stradina sterrata pur rendendomi perfettamente conto che l’animale in questione non può che essere un asino. Non conoscendo però il comportamento notturno di un asino cerco riparo sotto la luce elettrica che illumina l’ingresso. Riprendo guardinga la lettura interrotta sulla nave fintanto che Kòstas non rientra. Gli racconto così del mio incontro.
-“Skata!” (merda!) esclama lui preoccupato non tanto per l’animale quanto per le verdure dell’orto che potrebbero essere già state divorate.
Senza attendere altri avvenimenti ci dirigiamo in cucina, recuperiamo due torce elettriche e ci avventuriamo nel vigneto alla ricerca dell’asino che noncurante attende immobile il nostro arrivo.
Terminato il racconto Kòstas mi presenta alle quattro ragazze sedute di fronte a me.Mi scordo i nomi come di consueto ma non le nazionalità: Ungheria, Italia, Svizzera, Stati Uniti. O meglio, New York. Le loro mani si muovono sicure tra acini d’una e fichi maturi: una volta caduti a terra si raccolgono i fichi, si incidono con un coltello aprendoli in due stando però attenti a non premere troppo ed infine si mettono ad essiccarli stendendoli accuratamente su apposite canne di bambù appoggiate al suolo. Giorno dopo giorno si controlla il lavoro svolto dal sole girandoli e rigirandoli su se stessi. Considerata la semplicità dell’operazione capisco al volo quello che c’è da fare e mi metto al lavoro. Inizia così quel processo di conoscenza reciproca che porta persone che non si conoscono a farsi sempre più vicine, sviluppando un’intimità che è dettata più dal condividere esperienze concrete che da natali o compleanni trascorsi seduti attorno ad un tavolo.
Alice, la cui famiglia vive attualmente a Venezia dopo una lunga sosta in Francia, ha trascorso gran parte della sua vita in movimento. Il padre, un esponente della marina militare, ha lavorato in molteplici porti sparsi in tutta Europa facendole così sviluppare un’infinita voglia di nuove avventure.
-“Il massimo che posso stare in una città è tre anni…dopodiché mi annoio!” ammette serena in pausa pranzo.
-“Quando ero piccola siamo stati alcuni anni in Italia, per poi spostarci verso il Texas. Ho frequentato l’università a Siena, mi sono appena laureata edora sto terminando un master di giornalismo in Olanda. Vivo a Venezia per brevi periodi e Lipsì è l’unico posto in cui ho deciso di tornare.Ne sentivo il bisogno….
Per mio fratello è stato diverso: dopo anni ed anni di cambiamenti non ne vuole più sapere: si è stabilito a Venezia ed ha deciso che quella sarà la sua casa.”
Penso che Alice ami Lipsì soprattutto grazie a Kòstas ed al lavoro presso la fattoria. Attività quotidiane semplici ma concrete, capaci di farti sentire utile ed umile allo stesso tempo.

Sono già le 17 quando Kòstas viene a cercarmi. Finisco così di ingannare me stessa di quanto sia bello leggere sull’amaca ed abbandono il torpore che mi aveva cullato per quasi due ore.
Parliamo in greco, io e lui, soprattutto perché il suo accento americano fatico a comprenderlo.
Mi si presenta davanti con due enormi sacchetti di plastica pieni di bottigliette di ouzo da 500 centilitri. Vuoti e scintillanti, questi contenitori provenienti da chissà quale bar del paese dovranno essere puliti e riempiti di olio ed olive. Mentre attendo che l’acqua faccia il suo corso agendo sulla carta fino a staccarne l’etichetta che sponsorizza il gusto unico della bevanda mi dedico a rimuovere il disco di plastica presente all’interno dei tappi: è lì che si annida l’odore tipico dell’ouzo e Kòstas, che ci tiene al suo lavoro, sa bene che non è buona cosa che l’olio abbia un retrogusto che rimanda al sapore dell’anice. Mentre svolgo il mio compito ricercando un metodo di lavoro efficiente, nel cortile la giornata procede inesorabile: i turisti entrano alla ricerca di verdura e frutta di stagione, la capra viene munta, alcuni amici di vecchia data siedono al tavolo fumando tabacco e gli asciugamani vengono stesi sul filo di nailon ad indicare che anche oggi il mare ci è stato vicino.
E mentre infilo pazientemente le olive all’interno di queste piccole bottiglie di vetro il naso si impregna di un odore intenso che mi riportaal Mediterraneo: guardo le olive cadere una sopra l’altra; guardo le mie mani ricoperte di un liquido oleoso; guardo la densità dell’olio e la sua fluidità; guardo le piccole foglie d’ulivo…e più contemplo tutto questo e più mi convinco che sia proprio il Mediterraneo la chiave di questo profondo, ancestrale, burrascoso e pacifico equilibrio.

  • EPOMENISTASI, LIPSI
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22 August 2013
L’arrivo

L’arrivo
22 August 2013
  • EPOMENISTASI, LIPSI
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La mezzanotte è passata da cinque minuti quando la nave attracca al porto di Pàtmos. In pochi attimi la sala si svuota: una quarantina di persone restano sdraiate sui sedili in attesa del prossimo arrivo.
Dopo meno più di un’ora raggiungiamo Lipsì, millimetrica isola del Dodecanesimo. Undici ore di navigazionepartendo dal porto del Pireo, ma solo il martedì. L’intero perimetro lo si percorre in sole 24 ore.
Un vento caldo accoglie i passeggeri della nave. Eccitazione nell’aria, volano i “benveuti” e gli abbracci. Mi metto da parte in attesa di scoprire il volto della persona che mi verrà a prendere.
-“Rita?” mi chiede un ragazzo sui 20 anni dopo nemmeno dieci minuti.
-“Nai.”
Senza aggiungere altro mi fa intendere che devo seguirlo.
Kòstas mi aspetta stando seduto. Quarant’anni circa, capelli brizzolati, barba di due giorni ma curata, occhiali dalla montatura gialla coi pallini bianchi, pantaloncini corti non troppo puliti ed infradito. Ci scambiamo qualche opinione di convenienza su com’è andato il viaggio e partiamo. L’unica strada asfaltata è deserta e la luna quasi piena illumina il tracciato più dei fari del suo rumoroso motorino: attraversiamo le strette vie del “centro” velocemente, ma non così tanto da non riuscire a coglierne tutta la loro grecità: case basse e bianche, infissi in legno azzurri, piccoli archi, tavolini e sedie nei cortili, oggetti che ricordano il mare appesi ai muri. Ci lasciamo il porticciolo sulla sinistra ed i campi sulla destra. In lontananza scorgo animali scorgo animali che non riconosco ed alle mie orecchie, tra un’accelerata ed una frenata, giungono echi di campanacci.
Odore di vino dai vistiti di Kòstas.

  • EPOMENISTASI, ATENE
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15 August 2013
Ferragosto ad Atene

Ferragosto ad Atene
15 August 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
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Atene continua a sorprendere. Ritrovo una città ventilata e silenziosa. La casa in cui alloggio in questi giorni di piena estate ha una grande terrazza con l’altalena in legno e il barbecue per cucinare fuori…ma nessun rumore di auto di sottofondo.
Durante l’anno Solonos è attraversata da centinaia di macchine, motorini, pedoni. Percorrerla contromano in bicicletta è pericoloso quanto divertente, ma non sempre ne vale la pena proprio perché essendo congestionata e non troppo larga si rischia di essere travolti da smog e taxisti esasperati. La strada, una parallela di Stadiou, PanepistimiouedAkademias – lunghi viali centrali nella geografia urbana della città – collega il ricco e borghese quartiere di Kolonaki a piazza Omonia, lasciando che Exarhia si sviluppi sulla destra fino alla collina di Strefi Hill: “sassi e desolazione grigia e bianca sopra una città grigia e bianca”, come l’ha definita una bella ragazza che mesi fa vi si arrampicò fino in cima.
L’Agosto ateniese, quindi, non è terribile come pensavo: la calma dei greci ha invaso la città dandole un’aria di chi è davvero in vacanza. Non ho ancora sentito un clacson e sono qui da quasi 24 ore. Arrivata ieri sera alcune ore dopo il tramonto, ho camminato sicura fino alla metro dimenticando velocemente l’aereoportoed i turisti italiani eccitati per il prossimo sbarco.
“Ahhh, ma è un’isola borghese?” dice una signora milanese di circa cinquant’anni mostrandosi tanto falsa quanto finta come i vestiti che indossa. Ha l’aspetto di chi è appena rientrata da Corso Como dopo una giornata trascorsa tra shopping ed aperitivo e il suo manifestarsi stupita del fatto che l’isola che ha attentamente scelto sia adeguata alle sue aspettative di cittadina in vacanza mi rende nervosa. Faccio finta di essere greca e non mi presto a sonore conversazioni.
La voce metallica della signorina che annuncia “EPOMENI STASI” (prossima stazione) mi fa sentire subito a mio agio. I cartelli pubblicitari non sono scritti in una lingua sconosciuta e la conversazione telefonica che il ragazzo seduto in fronte a me intrattiene stringendo il poster che ha tra le mani, mi riporta le abitudini di una società che ha modi di fare simili ai miei. Uscendo dalla metro do uno sguardo disattento alla piazza ed al Parlamento. La conosco, questa città. La conosco e non la scordo. Sono partita da Atene il 5 luglio e vi ritorno dopo 41 giorni: Madrid, Barcellona, Milano. Agglomerati urbani che però non hanno colpito la mia intimità trasmettendomi il desiderio di restare. Solo Porto m’incantò. Atene, a mio parere, è diversa. Differente da tutte le capitali europee che ho visitato. Capace di mantenere e riproporre una specificità difficile da trasmettere a parole. E’ accogliente come la contraddizione: ci attira e ci respinge proprio perché non del tutto assimilabile alla logica abituale. Ed è sincera: si mostra per quella che è: povera, ma solo in parte; turistica, ma al punto giusto, ovvero quello di respingere i visitatori verso mete più silenziose e pulite; asfissiante, ma ricca di angoli di paradiso senza Dio; contemporanea, ma autentica; caotica, ma musicale; politeista ed anarchica nonostante le tracce dei colonnelliche, tutt’oggi, si ripropongono sotto maschere e divise nemmeno troppo ambigue.
Quando se ne attraversano le strade del centro scavalcando i tossici che sostano nella zona universitaria la propriaimmagine si staglia sulle vetrine del caffè di lusso posto proprio al di là della strada: osservandosi nel vetro specchiato ci si ritrova a cavalcioni tra due mondi solo apparentemente distanti: vediamo questi corpi stesi a terra e, dietro di loro, appena oltre questo muro di vetro, eleganti personcine sedute in attesa di avvicinare le labbra alla tazzina o alla sigaretta. Tu sei lì, nel mezzo. Non ti viene chiesto né di scegliere né di esprimere solidarietà. Continua a camminare, ti dice la città, che più vai avanti e più ti immergerai in questo labirinto. Ma non ti perderai. Abbi fiducia. Atene non ti tradisce e se lo fa è perché sa che tu hai provato a dimenticarla.

  • EPOMENISTASI, ATENE
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25 June 2013
Il dinosauro dormiente

Il dinosauro dormiente
25 June 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
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Kalamaki.

Ci si arriva svoltando a sinistra dalla strada principale che prosegue inoltrandosi verso l’interno dimenticandosi del mare.
Un paesino apparentemente come altri, che a prima vista non trasmettono il gusto di essere esplorati. Da qui però, la montagna, quella montagna che fin dal primo attraversamento del ponte ha catturato la mia emozione, è più vicina che mai.
Ogni sera il sole scompare dietro il monte antecedente a quello che amo ed il mio dinosauro silente ne viene abbagliato: una sorta di foschia fatta di luce, acqua evaporata e riflessi ne invade l’essenza sfumandone i dettagli. L’immagine è quasi opaca, la vista disturbata ma ipnotizzata. Imprecisata la materia ed il colore della roccia. E più il sole cala, più la prima montagna si fa definita e chiara non avendo più il sole davanti ad alterarne la consistenza, e più lei, il dinosauro, si colora di luce.

Dall’angolo di spiaggia che sono solita frequentare ci sono otto chilometri di distanza.
In queste settimane più volte ho desiderato andare fin laggiù, toccare con mano la roccia e guardarne la maestosità volgendo lo sguardo dall’alto verso il basso.
Godere dell’impotenza del mio essere umana.
Più volte ho immaginato di esser lì ed assistere al tramonto da un altro punto di vista: vedere il sole arrivare invece che scomparire.
Cercare rifugio tra le pieghe del dinosauro la cui presenza all’orizzonte infonde un senso di pace rassicurante.

L’occasione di avere un’automobile tra le mani trasforma il mio desiderio in viaggio. Un desiderio che poteva anche rimanere irrealizzato dal momento in cui questo non avrebbe provocato rimpianti. Un desiderio che è una sorta di curiosità: capire se sia possibile arrivare fin là oppure constatare che la strada non lo concede.
In Grecia ci sono pochissime strade e solo camminando aldilà dei sentieri imposti da un atlante sempre troppo stretto si può arrivare ovunque.
Parcheggiamo la macchina tra i baracchini estivi alzando il finestrino ed evitando così, per un solo momento, di essere invasi dalle note del pop greco, un ritmo uguale ma così tipico e banale da volergli quasi bene.
Stendiamo gli asciugamani. C’è chi si tuffa e chi invece finisce la birra disteso sul prato.
La montagna, seppur vicina, non è ancora parte di me: rimane sfondo, paesaggio, entità significante lo spazio ma incapace di circondarmi completamente.
Non ci sono ancora dentro e quando capisco che è questo il motivo della mia irrequietezza mi incammino decisa.
Mia madre decide di seguirmi.

Panchine a picco sul mare sono poste a sinistra della strada mentre campi brulli e non coltivati restano sulla nostra destra. Un asino striato a cui porgere fili d’erba secca.
Un gregge di capre spadroneggia la strada: passandoci nel mezzo sento di appartenere ad una specie straniera.
Una specie minoritaria, egoista, che sta perdendo il gusto di relazionarsi con le altre speci, drasticamente autoreferenziale ed esclusivamente concentrata su se stessa ed i suoi simili; una specie che invade e che prende imponendo proprietà e confini, incapace di riconoscere i limiti del suo essere minoranza. Una specie che si autocelebra quotidianamente attraverso un consumismo che definisce progresso ma che presto rimarrà sola ed accecata da questo insensato avanzare.
Ha più senso essere cannibali che carnivori.

Una grotta naturale posta ad una ventina di metri d’altezza scatena la mia immaginazione generando visioni neppure troppo originali: la lunga barba ingrigita di un eremita e la sua pelle magra, rugosa e ripiegata su se stessa, si impongono alla mia mente. Ha le gambe incrociate e lo sguardo fisso oltre il visibile.
Dopo una curva, un golfo ci sorprende: il mare, fino a pochi metri prima immenso ed aperto, si racchiude ora in una piccola baia.
La strada asfaltata termina all’improvviso trasformandosi di nuovo in terra, sassi, spiaggia, acqua.
Siamo ormai giunte ai piedi del dinosauro: ne sfioro con il viso la consistenza annusandone le irregolarità.

Una caverna è l’ultimo posto in cui si può sostare, dopodiché si può solo scalare o nuotare.
Oltre non si può camminare.

Oltre non voglio andare.

  • EPOMENISTASI, ATENE
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21 June 2013
Molikrio

Molikrio
21 June 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
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Leggermente in salita ed asfaltata.
Per raggiungerla occorre attraversare le quattro corsie dell’unica strada che collega Antìrrio al ponte e di conseguenza a Rio.
La mancanza di un semaforo e di strisce pedonali indica quanto sia inusuale percorrere queste vie a piedi; gli sguardi fissi degli automobilisti confermano questo pensiero.
Un grosso edificio sulla destra si impone allo sguardo, anche se non è tanto la vista ad essere colpita bensì l’olfatto: l’odore basta sentirlo una volta per non dimenticarselo più: sono passati quasi otto anni dalla prima ed ultima volta che ho messo piede in un frantoio ed ora mi sembra di averne appena varcato la soglia.
E’ tutto immobile, fermo.
Le olive sono appena nate.

Appena oltre il frantoio campi di ulivi e terreni brulli, gialloverdi, contornati da alte spighe di grano da cogliere e masticare tra i denti.
Il latrare di tre cani bianchi molto simili tra loro si mischia al suono del motorino che scende veloce verso me. Motori a marce e selle nere di pelle finta che bruciano le cosce scoperte.
Una piccola donnola giace morta al ciglio della strada: sarà stato forse quel ragazzo appena passato?
Anche un serpente di quaranta centimetri circa è steso al suolo e tracce di sangue colorano il nero dell’asfalto: resti di vita, quasi come questa natura che si fa spazio tra le crepe della strada.

Camminare senza meta ma con una direzione.
Vedere nella salita il motivo scatenante di questa direzione.

Sotto al fico dai frutti ancora acerbi è parcheggiato un furgone Volkswagen blu intenso ma chiaro: le chiavi sono volutamente inserite ed il proprietario sistema il vigneto senza distrarsi.
Superata una curva ombreggiata a causa di alti e folti pini appare improvviso un silenzioso cimitero bianco. Il sole delle sette di sera si riflette sul marmo di queste geometriche tombe rettangolari ricoperte di piccoli sassi ordinati, quasi a ricerca quell’ordine che nella vita fortunatamente non c’è.
Non è in stato di abbandono ed il cancelletto nero in ferro non cigola al mio passaggio.
Ragnatele e fiori di tessuto accomodati in vasi rovesciati indicano, però, che il luogo non sia troppo frequentato.
Ritratti di uomini e donne sono rinchiusi dietro bacheche di vetro incapaci di preservarne l’aspetto: la polvere che penetra sottile anno dopo anno si deposita sulle fotografie accentuando le rughe di questi volti già vecchi e sempre più raggrinziti.
Mi colpisce la sigaretta che un uomo di giovane età stringe tra le mani. Il “punctum”, come sostiene Roland Barthes ne “La camera chiara”, quel dettaglio emotivo che determina la visione soggettiva di chi guarda.

Pochi metri prima di arrivare al cimitero, invece, un’abbandonata pista da motocross. Una scalinata di metallo posta vicina al via ospitava un tempo la giuria, ormai sotterrata dalla terra che qui regna sovrana. Una bandiera greca sventola solitaria in cima ad un tronco di ulivo senza rami, quasi fosse il premio da prendere per chi salta più in alto. Ma qui non siamo alle giostre, la musica è finita da un pezzo e lo zucchero filato non si vende nemmeno più sul lungomare di Rio.
Crisi economica, semplificano i telegiornali.
Capitalismo spietato, sostengono altri.

Meno di un’ora di cammino ed ecco apparire le prime case: voci di bambini di cui non conoscerò mai i volti ed il ritmo del bastone che accompagna, fedele, un anziano signore; la chiesa nella piazzetta centrale e la campana immobile che non suonerà.

Occhi curiosi nascosti dietro tapparelle parzialmente abbassate osservano il passaggio della straniera.

  • EPOMENISTASI, ATENE
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03 June 2013
Weekend ad atene

Weekend ad atene
03 June 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
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Riconoscere le strade dai particolari. Aspettarsi quell’insegna proprio lì, dietro l’angolo. Mi avvicino ad Omonia percorrendo con il pullman il breve tratto che collega la stazione degli autobus al centro di Atene. Quindici minuti in cui guardo insistentemente fuori dal finestrino lasciando che i ricordi di aggiungano e si ritrovino. Dalla stazione si può scegliere di arrivare a Syntagma o ad Omonia. Due piazze, due mondi. Scelgo Omonia senza nemmeno pensarci: meglio trovarsi davanti un tossico piuttosto che una guardia reale.
Respiro e stringo tra le mani il biglietto che non timbrerò.

Risalgo via Kostantinou per poche decine di metri, dopodiché la piazza mi si apre davanti. Uguale a come la ricordavo, non mi sorprende: traffico circolare che ti lascia passare solo quando lo decide lui; il periptero (una specie di edicola in cui è però possibile acquistare di tutto) che invade il marciapiede con i suoi banchi contenenti riviste e giornali di qualsiasi tipo, amico fidato dei camminatori notturni in quanto aperto ventiquattrore su ventiquattro; il fast food dal nome greco ma dalla filosofia americana in cui più di una volta ho accompagnato Michela a prendersi il kalamaki ma mai il pollo allo spiedo da 5 euro; la scala della metropolitana sulla sinistra da cui echeggiano le grida dei venditori dei biglietti della lotteria.

In questo primo pomeriggio estivo non mi soffermo su nulla di tutto ciò, quasi mi bastasse constatare che questa quotidianità ancora esiste, apparentemente immutata.
Dalla posizione in cui sono arrivata Athinastrreet è proprio aldilà della piazza, un poco spostata sulla destra. Emozionante percorrerla. E’ la mia preferita, inutile nascondermelo.Risalendola tengo il lato sinistro della strada affinché la puzza del mercato del pesce e della carne possa accompagnarmi per un poco. Gli zingari che vendono l’aglio stando seduti su cassette di plastica rovesciate sono ancora lì, proprio come le buste di spezie impilate l’una sopra l’altra, compresse in bustine sottovuoto incapaci di trattenerne l’odore.
Cammino veloce senza motivo.

Quando svolto a sinistra in via Everipidou i motorini contromano mi superano sulla destra costringendomi a camminare rasente al muro: difficile da percorrere anche in bici, mi domando fin dove questo traffico anarchico possa arrivare. Davanti al bar verso cui sono diretta la palizzata di ferro non è mutata, segno che i lavori sono in corso, ma da un’altra parte. In questo preciso tratto di strada la via si stringe ulteriormente e capita spesso di dover cedere il passo alle persone che mi vengono incontro prima di poter passare. Seduta sul gradino di un portone dalla porta di legno lascio che la schiena si riposi prendendo la forma dell’inferiata.

L’anziana signora dalle gambe gonfie ed il seno sformato mi fa compagnia: il suo “ena euro, parakalò” (un euro, per favore) investe ogni passante. Non c’è via di scampo e la sua insistenza è il modo migliore per mettere in tasca qualche moneta. Da una busta di plastica sfila un borsello rosso di finta pelle ed infila velocemente il bottino senza guardarsi intorno. Seduta dall’altro lato del marciapiede odo il tintinnio delle monete ed ipotizzo un possibile guadagno.

Dora arriva in motorino, come sempre, e con il casco in testa, come sempre. Una rarità, da queste parti. Prima di toglierselo lega il papaki,ed in questo breve lasso di tempo resto a sorriderle insistentemente immaginando il suo volto. Adoro fare sorprese.
-“Agapi mou!” mi dice abbracciandomi forte forte.
Restiamo così.
-“Sei fresca…” le rispondo io accarezzandole le guance.
Anche le sue mani sono fredde. Me l’aveva detto, tempo fa, che era freddolosa.

Prima di iniziare a lavorare si prende il tempo di una sigaretta: cinque minuti di confidenze che s’inseguono veloci tra l’accendino ed il posacenere. Le notizie non sono sempre buone, come normale che sia, ed il lavoro è spesso il motivo principale delle preoccupazioni. Uscendo dal bar lascio che un dvd resti a penzolare sul manubrio del suo motorino, riprendendo così una comunicazione silenziosa fatta di piccoli messaggi reciproci. Riparto grintosa lasciandola lì: ci rincontreremo alle sette, e tra un bicchiere di vino pagato ed un calice offerto infilerà nel mio zaino due libri usati di Herman Hesse che non vuole assolutamente farmi pagare.

-“Ti serviranno, ad Agosto, sull’isola…” dice scherzosa prendendomi sotto braccio.
Raggiungendo Marianne adExarhia per la cucina collettiva cammino veloce senza motivo. Banalmente penso sia bello avere pochi amici fidatied una città in cui è bello tornare.
In questo sabato pomeriggio mi sento come una bambina che ha ritrovato i genitori appena pensava di averli persi.

  • EPOMENISTASI, ATENE
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31 May 2013
Patrasso-Antirrio

Patrasso-Antirrio
31 May 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
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Dal balcone della mia nuova stanza si intravede un pilastro del ponte. Una lucina rossa intermittente segnala la presenza di questa infrastruttura.

Costruito nel 2004, il ponte collega Rio –zona periferica di Patrasso- ad Antirrio, piccola città di 900 abitanti interessata da un alto tasso di disoccupazione. La costruzione del ponte, ed il conseguente calo delle imbarcazioni che effettuavano il trasporto di merci e passeggeri, non ha lasciato indifferenti gli abitanti di quest’aria. Delle 35 navi giornaliere utilizzate quotidianamente, oggi ne restano una quindicina. Delle 400 persone interessate, un centinaio.

-“Ma durante la costruzione del ponte non ci sono state manifestazioni di protesta da parte dei cittadini, consapevoli che questo avrebbe comportato la perdita di centinaia di posti di lavoro?” chiedo curiosa a Dimitris staccando con forza un pezzo di carne dallo stecchino stando attenta a non sporcarmi. Una carne saporita, ben cotta, che non ho ordinato ma che non posso rifiutarmi di mangiare. Un vegetarianesimo che Dimitris condivide ma che stasera ha deciso di non farmi rispettare.

-“No. E sai perché?” mi dice riponendo nuovamente lo sguardo su di me dopo aver esitato un sorso di acqua fresca. “Perché nessuno, qui, credeva che la costruzione del ponte sarebbe mai giunta a termine! E ti dirò di più: l’inaugurazione è avvenuta anche con un mese di anticipo!”

Un sorriso condiviso chiude questa conversazione. I nostri sguardi si dirigono inevitabilmente al ponte stesso che, con la sua imponenza, catalizza l’attenzione anche senza volerlo.

Ogni mezz’ora un traghetto dà la possibilità di attraversare il mare a chi lo desidera. Saluto il taxista che mi ha accompagnato fin qui e mi dirigo sicura verso la nave. Nessuno mi ferma all’entrata. Nessuno mi chiede niente. Nessuno si cura di me. Meglio così. Salgo le scale fin dove è consentito ed aspetto serena di raggiungere l’altro lembo di terra. Dal tubo di scappamento di un camion parcheggiato esce dell’acqua ma il conducente non sembra curarsene.
Il ponte, tutto alla mia sinistra, è attraversato da macchine, motorini, autobus di linea e camion. Dopo una ventina di minuti sono di nuova a terra. All’uscita nessuno mi chiede niente: scopro così che il servizio passeggeri è gratuito. Senza un motivo preciso penso che usufruirò di questo servizio appena potrò, anche solo per il gusto di vedere le auto che sfrecciano sopra alla mia testa. Autovolanti.

Sono già le 20.00 e la giornata è trascorsa velocemente. Arrivata alle 15.30 al porto di Patrasso ho usufruito immediatamente del servizio internet gratuito posto all’interno dell’edificio adibito a check-in. Due giorni fa ho comunicato a Dimitris-il contadino allenatore di calcio che ho deciso di aiutare per tutto il mese di Giugno- il mio orario di arrivo ma ancora non sono certa che lui abbia letto la mail. Ieri non ho controllato, oggi nemmeno. Scorro velocemente le 69 mail ricevute fino a quando uno spontaneo sospiro di sollievo mi fa rilassare le spalle. Mi verrà a prendere dopo gli allenamenti, attorno alle 17.00. Devo solo aspettare.

Sono già le 18.30 quando il taxista mi offre una Marlboro rossa. Sono anni che non ne fumo, ed insieme alle Lucky Strike ed alle Camel Light sono le uniche che riesco ad apprezzare veramente. Seduto di fianco a me in attesa del prossimo traghetto, questo ragazzo dagli occhiali a specchio capisce al volo che non sono solita fumare ma che ora non rifiuterò. La sigaretta si consuma velocemente ed anche se sono a stomaco vuoto non mi reca disturbo. Rifiuto però un caffè freddo, specialità greca che ancora non riesco ad apprezzare.

“Pulman per andare in centro non ce ne sono più. Secondo me ti conviene farti portare fino all’albergo ed aspettare domani per capire meglio cosa fare. In ostello non ti ci porto, è pericoloso. E’ pieno di migranti che vendono merce rubata per le strade della città, ed è sporchissimo!”

Mi prendo del tempo per riflettere sul da farsi.

“Se alle 19.00 ancora non mi risponde farò come dici tu” sentenzio dopo una decina di minuti.

Il taxista si alza e raggiunge i suoi colleghi lasciandomi sola. Ogni tanto con la coda nell’occhio si gira verso di me. Mi ispira fiducia e riesce a trasmettermi un senso di pacatezza quasi famigliare. E’ anche grazie a lui che non mi perdo d’animo e resto fiduciosa. Poco prima dello scadere del tempo massimo concesso a Dimitrisprima di mandarlo a fanculoil mio cellulare squilla.

“Rita! Sono Dimitris. Ho finto ora gli allenamenti…mi si è rotta la moto e non posso venirti a prendere, mi spiace. Cerca di raggiungere Antirrioedaspettami lì, aldilà del ponte!”

Il taxista mi sorride con complicità. Sembra contento. Partiamo.

Ad accogliere i passeggeri una volta scesi dalla nave c’è un anziano signore dai capelli bianchi che vende pannocchie arrostite e poco altro. Nonostante il digiuno non ho fame. Sorpassando il venditore ambulante dalla bassa statura ed i pantaloni arrotolati mi viene in mente che l’ultima volta che ho mangiato pannocchie abbrustolite mi trovavo in Ecuador: era l’estate del 1994 e quell’anno, per molti italiani, sarà ricordato soprattutto per la perdita dei mondiali ai calci di rigore. Nonostante avessi solo 9 anni ricordo ancora la disperazione di Roberto Baggio e le urla di gioia degli ecuadoregni che circondavano me e mio padre in quella stanzina d’albergo troppo calda.

Un prefabbricato blu con un’insegna di plastica rossa attira la mia attenzione. Rimando quindi le pannocchie al prossimo sbarco e mi dirigo verso la scritta “KANTINA”. Una signora dai capelli biondi occupa quasi tutto lo spazio disponibile; non si capisce se il posto sia chiuso o aperto e cosa sia possibile consumare. Le sedie di plastica invitano però a prendersi una pausa. Ordino quindi un bicchiere di vino bianco. Non essendo fresco la proprietaria decide, non senza chiedermelo, di metterci un cubetto di ghiaccio. Palaki,mi dice in greco. La prima parola nuova è finalmente arrivata, e considerata la temperatura è bene non dimenticarsela! Mi ritrovo così a sorseggiare del vino solitariamente, proprio come l’ultima volta.

Quando arriva Dimitris il sole alle mie spalle è ormai scomparso. Carichiamo i bagagli e ci dirigiamo verso la sua fattoria. Mi aspetterei delle scuse ma queste non arrivano.

Dal balcone della mia nuova stanza si intravede un pilastro del ponte. Sopra il letto della mia nuova stanza un’icona troneggia inquietandomi un poco. Senza pensarci rimuovo questo dipinto che mi benedice ad ogni mia occhiata ed appendo una delle fotografie che mi porto dietro da un mese.

Non è la mia preferita ma sono certa che per qualcuna lo sia.

  • EPOMENISTASI, ATENE
  • Scritti

30 May 2013
Ancona-Patrasso

Ancona-Patrasso
30 May 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
  • Scritti

Un costante tremolio di piatti provocato dalle vibrazioni del motore della nave mi accompagna in questa solitaria cena a base di verdure non meglio identificate che proprio non riesco a finire e patatine fritta ancora calde. Tra la prima forchettata e l’ultima il cielo si fa scuro: un crepuscolo rapido che confonde i confini del cielo trasformando l’orizzonte in un unico, scuro, panno nero.

I rumori della cucina si mischiano alle concise frasi che camerieri greci si scambiano a vicenda; un ragazzo sui trent’anni dai corti capelli marroni e la camicia bianca a righe nere mi rivolge lunghe occhiate prima di andarsi a fumare una sigaretta insieme al vento che da ore ci accompagna.

Se fumassi uscirei con lui, penso tra me e me. Ma io non fumo, ed oggi non ho molta voglia di chiacchierare.

Il cameriere che serve clienti affamati indossaun cappello bianco da marinaio circondato da una sottile linea blu: molto alto, con una pancia sporgente ed un viso paffuto, offre abbondanti porzioni illustrando nel dettaglio le specialità giornaliere. Un foulard intonato alla linea delcappello gli circonda il volto stringendogli il collo.Siccome prima di salire a bordo non sono riuscita a farmi la spesa, mi ritrovo costretta a dover consumare piatti poco gustosi incapaci di distrarmi. Per i vegetariani la scelta si riduce a poche possibilità. Meglio così, anche perché non ho veramente appetito. Mentre mastico senza desiderio presto attenzione alle voci che fanno da sfondo: esclamazioni improvvise più o meno riconoscibili mi riportano alle strade di Atene, ai suoi suoni, ai suoi schiamazzi, ai suoi incontri. Voci rozze, maschili, intonate alle scarpe consumate di questi uomini. Voci che si sovrappongono alle risate.  Mi sforzo, come allora, di cogliere il significato di queste parole pronunciate senza impegno. Immagino volti di consumati camionisti che masticano tabacco seduti al bar sorseggiando cipuro invecchiato. Gomiti puntati sul bancone, questi guidatori immaginari si sputano il fumo addosso vicendevolmente riempiendo il salone di un odore acre che fa socchiudere le pupille.

Se fumassi mi unirei a loro, penso tra me e me. Ma io non fumo, ed oggi non ho molta voglia di chiacchierare.

Riflesso nelle vetrine che contengono bicchieri di cristallo impolverati riconosco la figura di un ragazzo albanese di poche parole conosciuto qualche ora fa appena scesa dal treno. Fermi per più di un’ora alla fermata del pulman, abbiamo aspettato seduti sul marciapiede un autobus che non è mai arrivato. Insieme a noi, una coppia di ragazzi australiani. Svizzera, Spagna, Francia, Austria, Repubblica Ceca, Italia, Croazia ed infine Grecia: un lungo viaggio in compagnia di invadenti valigie inadatte a muoversi rapidamente. Mi domando come siano potuti partire così. Una considerazione personale, la mia, influenzata anche dal fatto che indosso un pesante zaino contenente i prossimi 4 mesi della mia vita. Stanchi di attendere, la ragazza ed il ragazzo albanese che parla greco ma non con me si avventurano verso il porto usufruendo di un altro pulman; passata un’altra mezz’ora anche io e gli australiani ci incamminiamo alla ricerca delle agenzie di viaggio che dovrebbero trasformare la nostre prenotazioni virtuali in tre biglietti di sola andata per Patrasso. Il sole, che non si vedeva da settimane, oggi ha deciso di farci compagnia. La mia maglietta rossa si macchia presto di sudore e sotto al mio piede sinistro, costretto dentro a delle clark invernali, una vescica prende velocemente forma costringendomi a camminare incurvando la caviglia. La mancanza di indicazioni chiare ed il conseguente girare a vuoto per quasi un’ora, la consapevolezza di non avere troppo tempo prima che il traghetto salpi, la lontananza delle agenzie di viaggio, lo sciopero improvviso e non comunicato del servizio navetta, il caldo torrido, lo zaino che mi schiaccia e un furgone che a momenti mi investe rendono questa partenza inaspettatamente faticosa. Arrabbiata e di fretta percorro le distanze maledicendo l’inefficienza italiana. I pochi passanti presenti hanno idee confuse e contrastanti. Raggiunta la sede delle agenzie mi sfogo con la signorina che sta dietro al vetro. Senza perdere la pazienza e mantenendo una relativa calma, comunico a lei, che non c’entra niente, la nostra faticosa avventura che dovrebbeormai giungere al termine. Comprensiva, mi ascolta silenziosa prima di darmi il biglietto.

-“Signorina Maralla, ora è meglio che va ad imbarcarsi. Tra una decina di minuti il servizio navetta la condurrà…”

La faccio finire senza ascoltarla perché certa che il pulman non passerà.

Riparati dall’ombra del tetto della pensilina dell’autobus, riconosco i due albanesi incontrati stamattina alla stazione di Ancona. Ci ritroviamo così nuovamente vicini, tutti e tre lì in piedi fermi a fissare l’insegna gialla del bar posta di fronte a noi. Senza quasi comunicarcelo, ci ritroviamo così a percorrere la strada che ci conduce alla Superfast XI, una nave rossa e bianca che attende immobile l’arrivo di chi ha deciso di dirigersi a Patrasso in questo mercoledì 29 maggio. Il ragazzo albanese che parla greco ma non con me non ha valigie: un’unica borsa di pelle nera a tracolla costituisce il suo bagaglio. La ragazza, invece, non partirà: vive a Fano da quasi dieci anni insieme ai suoi tre figli ed in Grecia c’è stata solo una volta. Dopo tre anni trascorsi in Germania decide di tornare in Albania, ma l’arrivo dei bambini la induce a partire per l’Italia, sicura che qui i suoi figli riceveranno un’educazione più appropriata. Illusioni migranti, penso tra me e me. Durante il tragitto si accende una sigaretta. Se fumassi mi unirei a lei, penso tra me e me. Ma io non fumo, ed oggi non ho molta voglia di chiacchierare.

Una doccia calda, un piatto di spaghetti ed un paio d’ore di sonno lievemente disturbate dal russare della mia compagna di cabina (una cinquant’enne americana che vive in svizzera e che da quel che mi dice ha uno strano senso dell’umorismo), mi rimettono di nuovo in forma.

Mi dirigo sul ponte e trascorro un paio d’ore di assoluta, estraniante, immobilità: musica nelle cuffie e sguardo teso verso l’orizzonte.

“Provi nostalgia?”

Eddie scagliò lontano la cicca. “La nostalgia va bene per chi non ha futuro. Io ce l’ho, grazie al cielo”.

Io, che non sono Eddie Florio, gangster protagonista di un romanzo appassionante, un po’ di nostalgia invece la provo. Una nostalgia affettuosa, la mia, diluita con l’acqua salata di questo mare che è già futuro.

  • EPOMENISTASI, ATENE
  • Scritti

15 April 2013
Pezzi di città

Pezzi di città
15 April 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
  • Scritti

L’intenso traffico mattutino di Atene sollecita quella piacevole sensazione che provoca l’arrivo in Piazza San Babila dopo l’attraversamento di Corso Venezia e Buenos Aires. Guidando sicura tra sorpassi, Dora scuote la testa girandosi un poco, esprimendo quel sentimento di sfida e rassegnazione.

E’ mattina presto quando percorriamo in motorino Alexandaras Avenue dopo un risveglio senza colazione a Kipseli: insieme a Vassilleos Sofias e ad Kostantinoupoleos Avenue, questi vialoni determinano una mia idea di centro città a cui associo riferimenti visivi eterogenei: colori, insegne, negozi, particolari di un muro o di una casa.

Dirigendoci verso est passiamo davanti a degli edifici color panna: increpati, dalle porte sbarrate ed i balconi fioriti, richiamano immediatamente alla memoria i nostri palazzi popolari.

Parallelepipedi di cemento.

Raro vederli: mi stupisco e mi addolcisco perchè mi ricordano Sant’Eusebio, quartiere popolare e periferico di Cinisello Balsamo.

Ricordo che la prima volta che li vidi mi dissi: “ma allora ci sono anche qua!”…come se a volte ci si allontanasse, senza volerlo, da un ricordo, il quale riappare vivissimo non appena la realtà ce lo ripresenta.

Costruiti per i greci rimprati da Izmir, questi palazzi hanno piani limitati, finestre invecchiate, gatti randagi e una riunione settimanale collettiva volta alla gestione delle case e delle eventuali, nuove, occupazioni.

Attraversandone timidamente i cortili le scarpe da tennis di tela si sporcano di terra marrone chiaro.

Dopo di loro, il comando di polizia.

“Prima ti picchiano, poi ti portano all’ospedale ed infine ti condannano…” le dico ironica accovacciata sul sedile anteriore mettendo via la macchina fotografica.

Parcheggiate davanti a quello che oggi è il Tribunale ma che un tempo fu il carcere femminile della città, io e Dora constatiamo l’apparente innocente sequenza di edifici posti di fronte a noi: l’ex- carcere, l’ospedale  ed il comando di Polizia.

Un grande stadio verde si impone invece sul lato sinistro della strada; i muri sono scrostati e ricoperti da vecchi adesivi strappati: Gkyzi 13 ed un quadrifoglio nero.

Mani di vecchi calciatori che alzano coppe d’oro e d’argento sono stampati su manifesti monocromo posti alle pareri sopra le entrate.

Il “Panathinaikos Ficlu”  sembra un edificio semi-abbandonato, quantomeno in disuso, anche se non fino in fondo.

Percorrendo la sua circonferenza provo ad immaginarmi i suoi spogliatoi e la vista dall’alto.

Dai non sguardi che incontro pe strada deduco che per queste persone non abbia oggi una particolar importanza. Mi piacerebbe tornarci quando è invaso dai cori.

Constatandone la sua invecchiata bellezza, lo paragono ad altro stadio che attirò la mia attenzione una tranquilla domenica pomeriggio. Impossibile non vederlo una volta scesi a  Faliro, ultima stazione prima del Pireo: rosso, nuovo, imponente. Circondato da bar in cui televisioni appese agli angoli trasmettono la partita a tutto volume.

Durante le partite domenicali viene parzialmente custodito da una polizia che costringe i venditori ambulanti a correre via, trascinandosi giù dalle scale azzurre di ferro stendini cosparsi di scarpe e cappelli.

Non tutti, però, reagiscono così: capita anche di vedere la rabbia espressa da parte di un giovane che non se ne vuole andare.

Non alto di statura si mette in punta di piedi attraverso gesti chiari e decisi. Le quattro o cinque persone che lo circondano, poliziotti annoiati che sorseggiano “ena freddaki cappuccini”, più che una violenza o un’aggressività fisica dimostrano una completa insensibilità. Quasi che si scusassero e gli dicessero: “sappiamo che tu hai ragione, non c’è un motivo ragionevole, ma te ne devi andare”.

Un’apparente innocenza che maschera chiare strategie politiche razziste.

Lui, che non è stupido, capisce benissimo chi ha davanti e dalle espressioni del viso si può intuire il disgusto che prova nei loro confronti.

Parcheggiamo il motorino ad Ampelokipi, quartiere confinante con Ghizi che non conosco ma in cui si trova la piccola bottega di Haissam.

Io e Dora ci salutiamo senza troppi sentimentalismi, e mentre percorro Vassileos Sofias per tornare a casa ancora per una volta, ripenso alla sua ultima frase: “Buon rientro. In Italia e in Grecia!”

  • EPOMENISTASI, ATENE
  • Scritti

20 March 2013
6 nazioni, 1 lingua

6 nazioni, 1 lingua
20 March 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
  • Scritti

La tavola imbandita di cibo marocchino riporta l’immaginario tradizionale arabo tra le mura della casa: couscous sommerso da melanzane, zucchine, ceci e zucca; due polli –uno al forno ed uno cotto nel tajiin- accompagnati da patate e fegato; la pastella, piatto dolce-salato che confonde il gusto dei presenti; un’insalata verde e rossa ricoperta di formaggio; una padella di spaghetti conditi di carne, sugo e cumino che, insieme  alle bottiglie di vino, incrinanoper una notte la consuetudine culinaria e religiosa.

Sedute attorno ad un tavolo troppo piccolo ma abbastanza grande, le sette persone presenti condividono una lingua che non appartiene a nessuno di loro.

Le pareti rosse della sala riempiono la stanza di calore. Il tavolino è stato spostato per l’occasione e la gatta, silenziosamente, avanza sinuosa tra gambe ed i bicchieri facendo la conoscenza di tutti i presenti.

I capelli corti e biondi di Joanna sono attraversati da un ciuffo rosso punk-style. Alta come quasi tutte le finlandesi, indossa spesso ampie gonne di tela e camicie colorate mai viste. Abita lontana dal centro ma vicino al mare, protetta tra le mura di un enorme istituto che ospita bambini disabili. Giovane e sana, assiste i ragazzi regalandogli un amore raramente ricevuto. La spiaggetta privata dell’istituto in cui lavora diventa spesso il luogo dove si rilassa quando le grida e le richieste diventano eccessive e prorompenti.

-“Andare a fare la spesa con i bambini è davvero stancante! Ieri abbiamo impiegato un quarto d’ora per attraversare i due vialoni che ci separano dal supermercato. Due corsie da una parte e due dall’altra. Il semaforo se lo sono dimenticati tempo fa per sperare che possano finalmente metterlo…”

Quando qualcuno le chiede notizie relative alla vita nel suo paese, scuote la testa sussurrando convinta un “δεν μπορώ”  (non posso) che lascia trasparire un passato lontano nonostante si tratti solo di qualche mese fa.

Alto tanto quanto Joanna, Samìr vive ad Atene da otto anni. Ogni sei mesi deve ritornare ad Alcapon per rinnovare la carta rosa: un foglio sottile da tenere stretto tra la tasca dei pantaloni ed il portafoglio in quanto unico documento che dovrebbe impedirnel’arresto.

-“Ormai non mi pesa nemmeno più andarci, nonostante sia assurdo. Vivo in Grecia dal 2004 ma non ho un permesso che si possa definire tale. Devo aspettare ancora due anni: il problema è che da qualche mese non lavoro più! Vorreimuovermi ma non posso andare in un altro paese. Non mi è permesso. Devo aspettare qui…otto anni possono essere dimenticati con molta facilità in Grecia.”

La camicia grigia appena stirata ha un piccolo graffio sulla manica sinistra. Indossa pantaloni di jeans e scarpe nere di vernice che ben si abbinanoai capelli neri pettinati.Samìr ha occhi profondi ed una bocca sottile: un’espressione che cambia rapidamente quando mette da parte il greco esprimendosi in arabo. Siriano di nascita, non ama la religione ed ha un i-phone con cui scatta spesso fotografie.

-“Anche io devo ritornare ad Alcapontra quattro giorni. Posso provarci a fare un video con il cellulare, mi farebbe piacere aiutarvi.

Per me ora è più facile: non devo più aspettare giorni e giorni seduto sul marciapiede in attesa di essere ricevuto. Avendo già la carta rosa il procedimento è più rapido. Certo, possono sempre decidere di farti aspettare comunque, ma se parli bene il greco e sei fortunato la polizia ti lascia andare velocemente.”

Il viso di un marrone scuro è contornato da rasta sottili e ben curati. Calciatore di professione, Sisèha asciato la Guinea quattro anni fa e non c’è più ritornato. Dopo un anno in Turchia ha iniziato a giocare in una delle quattro squadre più importanti di Atene. Attaccante, ama il calcio quasi come la Coca-Cola.Non beve alcool e non fuma. Da qualche mese ha deciso di mettere da parte allenamenti e partite perché nessuno gli dava più lo stipendio.

-“Perché dovrei continuare?”

Le labbra carnose sorridono spesso: a Sisè piace ridere e cantare canzoni africane in un dialetto incomprensibile ma capace di trasmettere vicinanza e curiosità.

-“Mamma Africa, mamma Africa” gli diceHaissam stringendosi a lui in un abbraccio. Un’altra fotografia prima che i piatti si svuotino. Mi domando se Haissam si senta più vicino a Samìr o a Sisè, se sia la condivisione di una lingua o la provenienza dallo stesso continente a facilitare un senso di comunanza.

Quando elenca -partendo dall’Africa ed arrivando poi in Asia- tutti i paesi in cui si parla arabo, il tono di voce e la sua figura assumono un tono di regalità. Dice di non fumare, ma quando il fratello maggiore -che dipinge quadri contenenti versetti del Corano- decide di andare a dormire, si rolla una sigaretta con una facilità che mette in discussione quanto affermato prima pubblicamente. Beve vino e fa il ramadan. Ha amato Papa Giovanni Paolo II ma non Ratzingher.

Nonostante ora lavori nel negozietto sotto casa ama cucinare: ogni estate chiude la porta del mini-market e si reca a Tessaloniki dove lavora come aiuto cuoco in un hotel. Cucina francese e piati tipici greci. La cucina marocchina la riserva per occasioni private. Dall’accuratezza con cui ha disposto le portate sulla tavola trapela la passione per il lavoro che svolge. Quando arriva il momento del dolce dà a ciascuno di noi un piattino pulito: quelli con i girasoli per le donne, quelli con un cerchio blu per gli uomini. Approfittando della sua assenza io e Marianne ci divertiamo a decostruire i ruoli mischiando i piatti senza farci notare!

-“Anche io avevo i rasta qualche anno fa! Più lunghi di Sisè!” dice improvvisamente.

Ci mostra una fotografia di famiglia in cui lui, però, non è ritratto.Haissam suona il darbouka ma non questa notte, e quando finalmente inizia a reppare in arabo capisco il senso del cappello di cotone a righe blu e grigie che ha in testa da tutta la sera. La maglietta larga e nera con la scritta Adidas ben visibile, i pantaloni della tuta in stilehip-hop e la barba nera un poco incolta, tradiscono forse le aspettative di chi si immagina il padrone di casa ristretto tra camicia e pantaloni di velluto. Vent’otto anni appena compiuti, negli ultimi due anni è dimagrito di quasi venti chili.

-“όχι, όχι, παρακαλώ…” (no, no, per favore…)

L’accento di Marianne conferma la sua provenienza senza che nessuno debba chiederle nulla: un francese onnipresente che caratterizza il suo parlare tanto quanto quello degli italiani, spesso intrappolati da una cadenza che trascina le parole più del dovuto. Ad Atene da sei mesi, lavora in un centro di assistenza per richiedenti asilo che chiuderà la prossima settimana.

-“Non ci sono più finanziamenti. Avvocati, assistenti sociali ed educatori non vengono pagati da mesi, ed è già tanto che il cibo continui ad arrivare.”

Per le venticinque persone che vivono presso l’istituto non sono previsti programmi di assistenza. Ognuno per la sua strada: senza lavoro e con figli a carico, si portano dietro documenti impalpabili ed il desiderio di lasciare la Grecia.

Marianne ha ventisette anni, capelli corti marroni ed una camminata che la slancia verso l’alto. Dai vestiti che indossa traspare a tratti la sua francesità: pantaloni rosa, scarpe di pelle marroni con un tacco sensibile, gilet verde, un’espressione furba e sfuggente. Adora parlare greco e fin dal primo momento la nostra comunicazione è stata contaminata da parole apprese giorno dopo giorno. I discorsi che ci accompagnano in questi mesi sono un mix di francese, inglese e greco che agli occhi dei passanti possono apparire come tentativi di una comunicazione che però funziona perfettamente. Apparentemente riservata ma coinvolgente, è capace di passare tutta la notte tra rakì, musica e passi di danza tra il tavolo ed il frigorifero. Fuma lentamente ed offre spesso il suo tabacco.

-“Rita, non ho capito il tuo messaggio…”

-“Volevo dirti che arrivo un po’ più tardi. Sono appena rientrata a casa e volevo riposarmi un attimo. Ma se sei da sola esco subito…”

-“Rita, vieni quando vuoi. Io sono con Joanna, ci vediamo a casa di Haissam!”

L’appartamento si trova vicinissimo a Megaro Mousikì, due stazioni della metro dopo Evangelisomos, direzione Aereoporto. Dalla finestra del quarto piano, si può osservare lo scorrere veloce delle auto che percorrono lo stradone che collega la stazione dei treni di Atene allo stadio Panathinaiko. Percorrendolo a piedi, ci si dimentica del centro della città perdendosi tra i fanali delle macchine ed i pochi volti dei passanti.

Poco prima di arrivare rileggo il messaggio. “…και μόνο Έλληνες εδώ!”(solo greco qui!)

Per questa notte dovrò mettere da parte il mio rozzo inglese per dedicarmi completamente al greco, unica lingua conosciuta dagli invitati nonostante nessuno sia greco.

  • EPOMENISTASI, ATENE
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05 March 2013
Ermou

Ermou
05 March 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
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Ermou è una lunga via che si lascia Piazza Syntagma alle spalle per ridiscendere verso le antiche ciminiere della ex centrale energetica di Atene. Nel 1857, quello che è oggi un museo industriale ed un luogo in cui poter rivivere parte dell’atmosfera che si respirava attraverso vecchie fotografie appese ai muri e forni ormai in disuso, questa  enorme fabbrica  riforniva di gas l’intera città. Lucidi schermi trasmettono spot televisivi dell’epoca mostrando casalinghe emozionate nell’illustrare i molteplici usi del gas nella vita quotidiana, suggerendo così l’idea di un progresso concreto ed irrefrenabile.

Un simile desiderio di modernità lo si ritrova oggi nelle vetrine dei negozi che con il passare del tempo hanno invaso la parte iniziale di Ermou proponendo negozi alla moda, saldi, luci al neon, bodyguard di colore muniti di radiomicrofono, musica ad alto volume ed aria condizionata da regolare a seconda delle stagioni.

La San Babila ateniese è un susseguirsi di negozi rassicuranti che fanno sentire il turista a casa propria ed il greco appartenente ad una vera e propria capitale europea. Mani che stringono sacchetti di plastica, passi rapidi e decisi, soste improvvise e momentanee non appena si scorge un vestito che chissà, magari, “potrebbe tornarmi utile in un’occasione ancora sconosciuta ma a cui non posso arrivare impreparata!”

La chiesa bizantina di Kapnikareas indica che si è a metà della discesa. Un carretto a due ruote, che ricorda quelli dei primi gelatai che attraversavano i paesi regalando ai palati di vecchi e bambini freschezza e dolcezza, è in sosta davanti all’edificio: il fumo che esce da un bollitore di rame ed i bicchieri di carta impilati dietro alla vetrina indicano che è ancora possibile rilassarsi sorseggiando del chai. Il muretto di pietra che circonda la chiesa è spesso gremito di gente: i musicisti, sempre diversi ma sempre presenti, accompagnano questi momenti riempiendo i bicchieri di note.

Piazza Monastiraki si apre all’improvviso sulla sinistra: l’odore dei suvlaki e delle patatine si mescola al profumo dei fiori che gipsy rumeni vendono ai turisti seduti ai tavoli dei ristoranti che riempiono la via pedonale che conduce a Thissio. Bar, tacchi a spillo, giacche nere, tracce di rossetto sui bicchieri, profumi insistenti che invadono gli spazi chiusi, sigarette nei portacenere.

Indifferente a tutto ciò, Ermou continua la sua discesa trasformando i negozi commerciali di vestiti e gioielli in polverosi luoghi in cui è possibile trovare vecchie vhs, elettrodomestici anni cinquanta, libri dalle copertine logorate, forchette di argento e ruggine, vestiti fuori moda coi buchi, cavi elettrici di ogni tipo, bottoni, dipinti e mobili in legno grezzo graffiati dai tarli. Agli inservienti di Zara e H&M si contrappongono vecchi greci un po’ diffidenti che riconoscono con uno sguardo chi hanno davanti a sé: un turista, un passante, un collezionista affidabile o una trentenne curiosa alla ricerca di vecchie fotografie di famiglia.

Appena prima che la strada svolti verso sinistra terminando così di fronte all’ex centrale del gas, un piazzale ospita le lenzuola dei gitani che in questo luogo vendono e scambiano merci di ogni tipo. Prezzi competitivi ed oggetti stravaganti lasciano indifferente solo chi è già sicuro che qui non troverà niente di utile per sé o per la propria casa. Ragazzini energici e bambine con un filo di trucco sugli occhi si muovono sicuri tra le lenzuola prendendo per mano i passanti ed urlando frasi fatte imparate ormai tempo fa. Restando seduti ad osservare questo loro personale modo di comportarsi, si rimane colpiti dalla facilità con cui ignorano ogni consuetudine del vendere ricercando il divertimento e la sfida ad ogni occasione.

Ogni venerdì e sabato, dal calar della sera fino alle sette della mattina, le stesse lenzuola risalgono lentamente l’ultima parte di Ermou per posizionarsi appena prima dei negozi di antiquariato ormai chiusi. La notte ateniese ospita così le merci di rumeni ed albanesi intenti nell’arte del riciclo: per una manciata di euro ed una buona contrattazione si possono trovare un’infinità di oggetti provenienti dai cassonetti di tutta la città.

-“ Parlo italiano perché sono stato sette anni a Roma, anche se ho vissuto a Napoli, a  Milano ed in Sicilia; ho lavorato come muratore e quando mi sono rotto una gamba non ho potuto fare altro che ritornare in Romania. Il problema è chi lì non c’è lavoro, e quindi sono andato via di nuovo arrivando così in Grecia. Faccio questo lavoro da tre anni ma non è semplice: la gente non è ricca come in Italia e non butta via quasi più niente! Per guadagnare 25-30 euro devi cercare roba per tre o quattro giorni muovendoti fuori e dentro la città. Una volta era diverso…”

-“Ma anche voi usate i carrelli per la spesa per accumulare le cose?”

-“Noi? No! Noi abbiamo la macchina. Quelli che vedi per la strada con i carrelli dei supermercati non sono come noi, sono pakistani, bengalesi. Loro si occupano soprattutto di trovare cartone, metallo, ferro e plastica. Come puoi vedere noi vendiamo merce di qualità!”

-“Ma c’è una suddivisione dei quartieri o ognuno può andare dove vuole liberamente?”

-“La città è di tutti, no mafia qui. A Napoli una volta invece mi è capitato di avere dei problemi con dei ragazzi che non volevano che io vendessi la mia roba. Mi hanno picchiato e non ci sono più tornato. Ad Atene è diverso, ma noi a volte andiamo pure fuori perché nei paesini vicini è possibile trovare cose interessanti. A Tessaloniki no, però, perché la polizia è cattiva…non che qui sia buona. Non puoi stare mai fermo. Non devi far insospettire nessuno, devi sempre fare qualcosa. Camminare, guardare altrove, cambiare direzione…altrimenti ti prendono e ti sbattono dentro senza motivo. Mica come in Italia! Lì non ho mai avuto problemi con la polizia, bastava mostrargli il documento e mi lasciavano stare.”

-“Io vorrei solo andare a Roma, trovarmi una donna e sposarmi. Mi piace l’Italia ma me ne sono dovuto andare perché la vita è troppo cara. Per un affitto si spende più di 500 euro, mentre qui io e miei due amici paghiamo 250 euro in tutto. Ora sono qui, ma penso spesso di andarmene.”

-“Io vorrei trovare un lavoro e fermarmi ad Atene un altro anno. Non desidero tornare in Italia adesso anche se rimane casa mia…”

-“Non è semplice qui…e sai anche perché? Perché se vai all’ufficio non ti ascoltano! La priorità è sempre ai greci, e se sei uno straniero non ti dà retta nessuno. Non che questa sia una società razzista, ma un po’ lo sta diventando.”

-“Io ci sono stata in Romania, tre anni fa. E ti dirò che in Italia c’è ancora molta diffidenza verso i rumeni. Tutti mi dicevano di stare attenta, di non andare a Bucarest, di non dare confidenza…”

-“E’ come quando hai una cassa di patate: basta che una sia marcia per pensare che tutte siano così.”

Silenzio. Il freddo delle tre di notte inizia a farsi sentire.

-“Sei stata molto qui, forse è ora che tu vada”  -mi dice usando un tono da fratello maggiore- “Ma non ti dimenticare delle fotografie…”

-“Certo che no! A quanto me le dai?”

-“Hai detto tre euro, no? Dalli pure a lui. E’ il capo, qui. Non parla né greco né italiano, è arrivato solo tre settimane fa.”

Il più vecchio dei tre prende i soldi senza controllare e li infila in una tasca. Appena metto via le foto un odore di cantina invade il mio zaino. Riprendendo la bicicletta scorgo il sorriso di una zingara a cui hanno appena portato del caffè caldo. Un signore sdraiato per terra si copre con i vestiti che non ha venduto. Ripercorro Ermou fino a Piazza Syntagma: tre guardie accompagnate da un militare sorvegliano il Parlamento scandendo i passi come la tradizione impone.

  • EPOMENISTASI, ATENE
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22 February 2013
Atene tra fiction e realtà

Atene tra fiction e realtà
22 February 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
  • Scritti

Mi sveglio quasi sempre presto alla mattina ed esco di casa senza leggere giornali o consultare siti web. Ascolto la radio ma difficilmente capisco le notizie. La televisione viene accesa solo quando Haissam, il mio coinquilino egiziano, decide che è arrivato il momento di consultare l’MTV greco. Facebook non mi convince.

In questi giorni di metà Febbraio la vita ad Atene scorre tranquilla: metropolitana funzionante, persone che fanno la spesa nei supermercati, Piazza Syntagma pulita e candida come cartolina impone,  il mercato del venerdì pieno di gente, le farmacie aperte, le macchine in strada, i cani appisolati sui marciapiedi, i tossici all’erta tra Omònia ed Akkademìa, i poveri seduti al bordo degli scalini che stringono tra le mani il cartello: PARAKALO MEINAO.

Due giorni fa rientro in ufficio e la mail di un amico italiano mi coglie un po’ di sorpresa: 

“Ciao Rita, qui nevica…senti ma qui si leggono cose preoccupanti: 

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11461 

Che dici? 

Baci baci

Miz”

 Incuriosita leggo il link ed inizio a farmi domande. Poi il pomeriggio trascorre e la notte passa. Torno in ufficio l’indomani mattina ed un’altra mail mi colpisce.

“rita ci aggiorni su quello che sta accadendo?

e soprattutto, che sta succedendo ?

ci vorrebbe un pezzo più organico, una cronaca magari

aggiornaci, un bacione

a.” 

A questo punto “inizio a preoccuparmi” ed a ricercare informazioni sul web. In breve tempo un flusso disordinato e discordante di notizie invadono me, la mia mente ed il mio computer: mi perdo tra link, news, video, fotografie, denunce.

ATENE BRUCIA E L’ITALIA SENTE IL CALDO DELLE FIAMME!

MINORENNI CHE PROTESTANO UCCISI E TORTURATI!

AGRICOLTORI DISTRIBUISCONO CIBO GRATIS!

ATENE: PARLAMENTO SOTTO ASSEDIO

GUERRIGLIA AD ATENE: DECINI DI FERITI, EDIFICI IN FIAMME!

LA GRECIA E’ CROLLATA DEFINTIVAMENTE. STANNO ASSALTANDO I SUPERMERCATI!

La guerra civile è alle porte. Sarà meglio rinchiudersi in casa?

Un po’ sbalordita e frastornata cerco di andare più a fondo ricostruendo quanto raccontato dai giornalisti e paragonando la narrazione alla realtà. Una realtà che è però personale, limitata al mio quotidiano che oscilla tra la vita della strada ed il desiderio di ritagliarsi momenti di solitudine e privacy in cui la casa ed il quartiere sono i luoghi della scoperta e del benessere.

In breve tempo capisco che la verità, se esiste, difficilmente la troverò su internet, e che la maggior parte degli articoli, soprattutto quelli scritti da giornalisti non greci per lettori non greci, sono spesso  un’accozzaglia di tesi complottistiche che mescolano falsità, notizie inesistenti e voglia di sensazionalismo. Un’onda di mezze verità che si fa subito virale generando panico, preoccupazione, ansia, ipotetico crollo degli investimenti e un po’ di rabbia (ma solo un po’!)

La Grecia descritta è quella di una società al collasso, quasi al limite della guerra civile, in cui la verità è censurata onde evitare che le informazioni possano nuocere alla campagna elettorale italiana o diffuse in Spagna dove la situazione parrebbe altrettanto fuori controllo. Si parla di supermercati assaltati dalla popolazione; di 150 agricoltori che rifiutandosi di distruggere tonnellate di arance e limoni si sono rivoltati e recati nelle strade delle città regalando la frutta ai passanti; di movimenti anarchici locali che hanno deciso di armarsi lasciando da parte assemblee e cortei per rapinare le banche; si diffondono dati inventati che raccontano di un aumento del 600% delle rapine nelle ultime cinque settimane…notizie vere, ma solo in parte.

Personalmente posso assicurare che la situazione in Grecia non è assolutamente delle migliori.

Ma per per questo non servo certo io!

A partire dal 2008 la crisi finanziaria ha fatto emergere i problemi economici tenuti nascosti per anni generando l’aumento della disoccupazione, una crescita del debito pubblico (passato da 168 miliardi nel 2004 a 262 miliardi di oggi), il crollo della fiducia degli investitori, un aumento dei movimenti politici di estrema destra e del conseguente razzismo, crollo dei servizi sanitari, aumento della tossicodipendenza, discriminazione, rabbia ed una continua approvazione di pacchetti di austerità che stanno spingendo la popolazione verso una soglia di povertà facilmente oltrepassabile.

Il popolo greco si barcamena quindi tra stipendi da 600 euro al mese, pensioni da 1000 euro quando va bene, appartamenti freddi a causa dell’impossibilità di pagare il riscaldamento, chiusura delle scuole ed assembramento di decine di bambini e bambine nelle stesse aule (con la conseguenza che i figli dei migranti o dei rom sono i primi ad essere esclusi!), riduzione continua dei salari minimi e diminuzione dei posti di lavoro nel servizio pubblico.

Tutto ciò non è una novità, sfortunatamente, e per capirlo a volte basta uscire in strada, parlare con le persone, partecipare ad una manifestazione e tenere gli occhi aperti.

Superato lo scock da iper-informazione giornalistica mi faccio un giro per prendere un po’ d’aria:  ripenso così agli incontri avvenuti nelle ultime settimane ed ai momenti di protesta a cui ho partecipato nel tentativo di individuare dei momenti concreti di manifestazione della crisi.

Mi vengono così in mente le cinque ragazze  africane con cui ho passato una piacevole domenica pomeriggio in riva ad un mare capace di far dimenticare lo stradone che scorre veloce a pochi metri da noi; alla lezione gratuita di greco di mercoledì sera in cui, per la prima volta, mi sono trovata dall’altra parte del banco insieme a un gruppo variegato di migranti; alla manifestazione di giovedì sera che, attraversando Thissìo e Petràlona, ha invaso le strade di cori di solidarietà nei confronti di Babakar Ndiaye (38enne senegalese ucciso l’1 Febbraio presso la metropolitana di Thissio nel tentativo di sfuggire ad un inutile controllo poliziesco) e Shehzad Luqman (26enne pakistano ucciso il 19 gennaio da due componenti di Alba dorata).

Le storie di vita vissuta diventano per me la rappresentazione più sincera e tangibile della crisi: i racconti di un razzismo dilagante tra le strade ed i banchi di scuola; l’assurdità di una politica migratoria che ti accoglie, ti concede la carta rosa (dopo numerosi tentativi e giorni passati al freddo di un marciapiede in attesa di poter entrare in un ufficio) ma non la possibilità di abbandonare il paese; l’inutile attesa di 8,9,10 anni per un permesso di soggiorno per motivi umanitari; la richiesta fatta ad una maestra da parte di una bambina etiope di 7 anni del giornale contenente le offerte di lavoro; il pagamento di 14 biglietti aerei falsi con la speranza di abbandonare la Grecia per poter andare in qualsiasi altro posto; la morte accidentale di un senegalese padre di due bambini che pur di sfuggire alla polizia decide di suicidarsi buttandosi sulle rotaie…

Questa è la mia crisi. Ed io, che di problemi proprio non ne ho, cerco il senso di questo mio essere qui cercando di vivere a pieno giorno dopo giorno le contraddizioni di questa città in cui ho deciso di abitare.

  • EPOMENISTASI, ATENE
  • Scritti

16 February 2013
La casa di Fodè

La casa di Fodè
16 February 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
  • Scritti

Non bevo quasi mai caffè.

Stanotte, però, sono già stanca. Sono solo le 23.00 e il mio corpo fatica a svegliarsi. I pensieri, che solitamente scorrono veloci,si perdono tra il marciapiede e le scarpe, cosicché io cammino leggera lungo il viale.                                                                                                                    Quasi mai. Ovvero, ogni tanto.

Per ordinare aspetto l’arrivo di Vincent, fiduciosa che vivendo a Kipsèli da diversi mesi abbia ormai trovato il “suo bar di fiducia”, il luogo in cui fare ritorno ogni qualvolta si avverta il desiderio di un sapore casalingo.Il caffè nero mi scotta la lingua aumentando la mia silenziosità. Aspettiamo in piedi gustandoci l’attesa e questa sospensione si riempie velocemente di parole incapaci di esprimere fino in fondo la nostra avversione verso una società sempre più chiusa nelle sue paure. Mi guardo attorno percependo il risveglio del mio corpo e pensando che la fermata di PlatiaAmerikìè il posto in cui ho passato più tempo in questo quartiere.

Fodè mi accoglie sincero stringendomi a sé: un braccio forte attorno alla vita. Un gesto semplice ma che mi sorprende, una durata impercettibile, giusto il tempo necessario di rendermi conto di desiderarlo di nuovo. E vorrei camminare così ancora un po’, incurante dei possibili sguardi curiosi ma lui cammina deciso verso una meta a noi ancora poco chiara, dimenticandosi anche di non avere mangiato. E forse vorrei confidargli che non sono una viaggiatrice, ma una che se ne va e non sa se tornerà mai…ma non è così. Non per me, perchènel mio caso la possibilità del ritorno diventa spesso un ostacolo alla creazione di una reale alternativa. La sicurezza si trasforma così in responsabilità, il futuro in aspettative, la famiglia in obblighi ed il desiderio di una nonna dagli occhi azzurri e dalla mani che sanno di carte da gioco in un biglietto per l’Italia.

Il mercato è un dispiegarsi di lenzuola sottili ricoperte di oggetti. I migranti aspettano in piedi dietro alle loro “bancarelle” pronti a tirar su tutto nel minor tempo possibile. Non c’è molto rumore, nessuno grida in questa calda notte quasi primaverile, mangiare è come distrarsi e così ci si accontenta di sorseggiare bevande dentro bicchieri di carta incapaci di alterare il gusto dell’acqua sporca di caffè. Circondata da questo mondo fatto di merci e persone mi sento a mio agio: mi sciacquo l’insicurezza dagli occhi passeggiando sicura tra la folla e soffermandomi un poco tra una chitarra azzurra senza corde ed un set da barbiere portatile.  Un orologio arancione in stile anni sessanta attira definitivamente la mia attenzione.

“Duexeuros?”- mi chiede Fodè quando ritorniamo da lui- “c’est beaucoup!”

Non dico niente, accenno solo un lieve “sì” con la testa continuando a pensare l’impercettibilità di due euro nelle mie tasche.

Fodè lavora insieme a Saim, che indossa dei guanti bianchi per nulla intonati alla primaverile serata invernale. Indicativamente guadagnano circa 30 euro ogni sabato notte. Quindici a testa, ovviamente, come sottolinea perentoriamente Fodè.

Un piccolo salto e sono subito dietro: con la strada alle mie spalle e il lenzuolo ai miei piedi abbandono la mia posizione di spettatrice per assumere, quasi per gioco, quella di venditrice. E quando volti a me sconosciuti mi domandano il prezzo della merce esposta rispondo “due euro!” strattonando la giacca di Fodè nella ricerca di sicurezza. I pochi posti vuoti ancora rimasti si riempiono velocemente: il nostro vicino di piazza si traveste da Babbo Natale indossando una maschera dalla lunga barba bianca: rincorre un bambinoche, per nulla spaventato, gioca con lui tirando calci e sorrisi. Compriamo pistacchi, birra e succo di frutta riempiendoci le mani di bucce e sale. Una donna dalla nazionalità confusa attira la mia attenzione: trentanni e qualche anno di più,il cane abbinato al guardaroba, i capelli biondo platino che sono un lampo nell’oscurità, il portamento sgraziato, le forme ingombranti e la borsa nera di carta di Dolce&Gabbana in cui prova a nascondere vestiti da due euro.

Rientrando verso casa di Vincent penso che mi piacciono gli africani, i loro sorrisi silenziosi, i loro occhi bianchi che non si sforzano di essere felici e che trasmettono una serenità difficile da strappare. Voglio attraversare le nostre diversità senza rendermi invisibile, manifestare ciò che sono, divorare le distanze quasi fossero dolci kilometri ricoperti di cannella, assaporare il gusto dell’essere lontani per aumentare la fame di mescolarsi.

  • EPOMENISTASI, ATENE
  • Scritti

09 February 2013
Notte africana

Notte africana
09 February 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
  • Scritti

Non bevo quasi mai caffè.

Stanotte, però, sono già stanca. Sono solo le 23.00 e il mio corpo fatica a svegliarsi. I pensieri, che solitamente scorrono veloci,si perdono tra il marciapiede e le scarpe, cosicché io cammino leggera lungo il viale.                                                                                                                    Quasi mai. Ovvero, ogni tanto.

Per ordinare aspetto l’arrivo di Vincent, fiduciosa che vivendo a Kipsèli da diversi mesi abbia ormai trovato il “suo bar di fiducia”, il luogo in cui fare ritorno ogni qualvolta si avverta il desiderio di un sapore casalingo.Il caffè nero mi scotta la lingua aumentando la mia silenziosità. Aspettiamo in piedi gustandoci l’attesa e questa sospensione si riempie velocemente di parole incapaci di esprimere fino in fondo la nostra avversione verso una società sempre più chiusa nelle sue paure. Mi guardo attorno percependo il risveglio del mio corpoe pensando che la fermata di PlatiaAmerikìè il posto in cui ho passato più tempo in questo quartiere.

Fodè mi accoglie sincero stringendomi a sé: un braccio forte attorno alla vita. Un gesto semplice ma che mi sorprende, una durata impercettibile, giusto il tempo necessario di rendermi conto di desiderarlo di nuovo. E vorrei camminare così ancora un po’, incurante dei possibili sguardi curiosi ma lui cammina deciso verso una meta a noi ancora poco chiara, dimenticandosi anche di non avere mangiato. E forse vorrei confidargli che non sono una viaggiatrice, ma una che se ne va e non sa se tornerà mai…ma non è così. Non per me, perchènel mio caso la possibilità del ritorno diventa spesso un ostacolo alla creazione di una reale alternativa. La sicurezza si trasforma così in responsabilità, il futuro in aspettative, la famiglia in obblighi ed il desiderio di una nonna dagli occhi azzurri e dalla mani che sanno di carte da gioco in un biglietto per l’Italia.

Il mercato è un dispiegarsi di lenzuola sottili ricoperte di oggetti. I migranti aspettano in piedi dietro alle loro “bancarelle” pronti a tirar su tutto nel minor tempo possibile. Non c’è molto rumore, nessuno grida in questa calda notte quasi primaverile, mangiare è come distrarsi e così ci si accontenta di sorseggiare bevande dentro bicchieri di carta incapaci di alterare il gusto dell’acqua sporca di caffè. Circondata da questo mondo fatto di merce e persone mi sento a mio agio: mi sciacquo l’insicurezza dagli occhi passeggiando sicura tra la folla e soffermandomi un poco tra una chitarra azzurra senza corde ed un set da barbiere portatile.  Un orologio arancione in stile anni sessanta attira definitivamente la mia attenzione.

“Duexeuros?”- mi chiede Fodè quando ritorniamo da lui- “c’est beaucoup!”

Non dico niente, accenno solo un lieve “sì” con la testa continuando a pensare l’impercettibilità di due euro nelle mie tasche.

Fodè lavora insieme a Saim, che indossa dei guanti bianchi per nulla intonati alla primaverile serata invernale. Indicativamente guadagnano circa 30 euro ogni sabato notte. Quindici a testa, ovviamente, come sottolinea perentoriamente Fodè.

Un piccolo salto e sono subito dietro: con la strada alle mie spalle e il lenzuolo ai miei piedi abbandono la mia posizione di spettatrice per assumere, quasi per gioco, quella di venditrice. E quando volti a me sconosciuti mi domandano il prezzo della merce esposta rispondo “due euro!” strattonando la giacca di Fodè nella ricerca di sicurezza.I pochi posti vuoti ancora rimasti si riempiono velocemente: il nostro vicino di piazza si traveste da Babbo Natale indossando una maschera dalla lunga barba bianca: rincorre un bambinoche, per nulla spaventato, gioca con lui tirando calci e sorrisi. Compriamo pistacchi, birra e succo di frutta riempiendoci le mani di bucce e sale. Una donna dalla nazionalità confusa attira la mia attenzione: trent’anni e qualche anno di più,il cane abbinato al guardaroba, i capelli biondo platino che sono un lampo nell’oscurità, il portamento sgraziato, le forme ingombranti e la borsa nera di carta di Dolce&Gabbana in cui prova a nascondere vestiti da due euro.

Rientrando verso casa di Vincent penso che mi piacciono gli africani, i loro sorrisi silenziosi, i loro occhi bianchi che non si sforzano di essere felici e che trasmettono una serenità difficile da strappare. Voglio attraversare le nostre diversità senza rendermi invisibile, manifestare ciò che sono, divorare le distanze quasi fossero dolci kilometri ricoperti di cannella, assaporare il gusto dell’essere lontani per aumentare la fame di mescolarsi.

  • EPOMENISTASI, ATENE
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27 January 2013
Mali

Mali
27 January 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
  • Scritti

Una montagna di scarpe: da tennis, col tacco, da sera, di vernice, di cuoio, appaiate e scombinate.

Lo scaffale te lo trovi sulla sinistra appena entri, ed insieme allo specchio che copre tutta la parte e le tre sedie bianche di plastica, costituisce l’arredamento di questa piccola stanza. La casa non ha serratura, almeno non mi pare: si spinge forte la porta di legno chiaro sia per entrare che per uscire, evitando così di perdere le chiavi.

Una volta entrati non andiamo oltre e ci accomodiamo sulle uniche sedie presenti formando un semicerchio che dia comunque la possibilità alle persone di passare dalla stanza al bagno o alla cucina.

Da dove sono seduta ne intravedo appena il lavello ed il rubinetto: quando arriviamo una giovane donna sta lavando dei piatti in silenzio. Nessun altro è presente. Successivamente si alterneranno altre due donne, un ragazzo con un maglione sportivo e dei jeans alla moda per bere qualcosa di caldo, altri due uomini con del pane in un busta, Alì che rientra tenendo stretta una bombola del gas,

un giovane maliano che mi ricorda tanto Ballotelli e che sopra al maglione nero di lana indossa la maglietta azzurra della nazionale greca.

Mi siedo senza troppa esitazione, guardo incuriosita Fodè impilare una sedia sopra l’altra per evitare di cadere visto che ad una di esse gli mancano due gambe, e mentre mi sistemo i capelli portando indietro la frangia con la mano destra sento che non posso far altro che aspettare, concedendo un sorriso a chi mi sta di fronte.

Sono a mio agio, stai tranquillo, non ti preoccupare, grazie dell’invito, niente caffè, non lo bevo di solito, va bene così.

250 diviso 19 uguale 13.

Duecentocinquanta euro al mese diviso diciannove persone uguale 13 euro a testa.

19 per 2 uguale 38.

Trentotto scarpe.

Ecco svelato il mistero, penso io, mentre Fodè inizia a raccontarci un po’ della vita di questa casa. Un’abitazione come tante altre qui a Kipseli; sovraffollata, vecchia, di proprietà di un arabo che non ha mai incontrato ma che puntuale reclama i soldi dell’affitto attraverso un africano cui piace far scivolare un po’ di euro nelle proprie tasche.

Inaspettatamente ci mostra delle fotografie: “anche io sono un fotografo”, mi dice, “questa l’ho fatta con una Canon!” La foto, scattata da lontano, ritrae due persone a figura intera che si scambiano dei doni.

-“C’est ta souer que donnes les cadeaux ou le contraire?”

-“Oui, c’esta ma souer que donne les cadeaux a le vieux president du Malì.”

Parla piano, Fodè, mettendosi spesso la mano davanti alla bocca, e nonostante io non parli francese da tempo e lui non l’abbia mai studiata non risulta difficile capirsi. L’aiuto di Vincent, francese di nascita ma senza “r” moscia, aiuta la conversazione a prendere il volo.

Provo una fugace sensazione di smarrimento solo quando Vincent riceve una telefonata e si assenta, restando immobile, per una quindicina di minuti; l’occasione rende me e Fodè più vicini, e quando lui parla ancora più piano per non disturbare la telefonata, le nostre sedie si avvicinano ancora un po’ concedendoci un’intimità indisturbata. In quest’arco di tempo gli faccio tantissime domande, forse per paura di restare in silenzio, e tra un “je ne pas compris” e delle risposte sussurrate mi racconta della sua fuga dal Mali, della morte di suo padre, del desiderio improvviso e quasi forzato dell’Europa.

A causa del colpo di Stato suo papà, un uomo di cui conosco appena il viso grazie ad una vecchia foto in bianco e nero ma di cui mi sfugge la voce, viene ucciso in una mattina primaverile. Lo scoppio della guerra, l’impossibilità di trovare un lavoro, la responsabilità di portare a casa dei soldi e un po’ di coraggio, lo spingono a partire.

Algeria, Marocco, Turchia, il passaggio lungo l’Evros, l’arrivo in Grecia e lo scrosciare del fiume che diventa ricordo.

“Il mercoledì e il sabato pomeriggio lavoro al mercato dei greci” – racconta, ed a me non è poi così chiaro cosa  intenda con questa definizione – “però fino alle cinque, perché poi arriva la polizia e corriamo tutti via! Il sabato notte, invece, c’è quello africano…”

“Le marchè africaine?” -incalzo io curiosa e sorpresa- “Où se trouve?” e mentre gli domando dove si trova non posso fare a meno di guardare con insistenza il viso di Vincent sussurrandogli con gli occhi “we have to go!”

Il mercato africano si svolge ogni sabato, dalla mezzanotte alle quattro, in una zona adiacente a Platia Amerikì, in Kipseli, uno dei quartieri più popolati da migranti, e mentre Fodè continua a parlare la mia mente vola: immagino lenzuola stese a terra cosparse di vestiti ed oggetti fuori moda, lampioni offuscati che lasciano intravedere a mala pena i volti delle persone, thermos ripieni di bevande calde addolcite da alcol e miele, persone sdraiate che chiacchierano in dialetti sconosciuti masticando tabacco, rumore di passi, odore di cibo e fumo.

Ci salutiamo con la promessa di andarci.

  • EPOMENISTASI, ATENE
  • Scritti

22 January 2013
Estonian tekno music

Estonian tekno music
22 January 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
  • Scritti

Ats, che abita ad Exarchia ma che ancora non sa dov’è Trikoupi street, adora un locale di sessanta  quadri specializzato in tekno music.
“Seduti al tavolo senza consumare non si può stare”, ci dice la cameriera tra l’imbarazzato ed il dispiaciuto.
Usciamo. Di nuovo in strada in attesa di incontrare Nelly -diminutivo di Cannella, usata ovunque, anche come nome di persona- discutiamo del senso e del piacere del momento dell’attesa.
“Waiting time”: ore, minuti, attimi in cui sospendiamo il movimento regalandoci una lieve autonomia dallo scorrere del tempo.
L’arrivo dell’autopompa che spruzza cinquanta litri d’acqua al minuto per limpiare una piazza già pulita ci fa abbandonare il muretto su cui eravamo comodamente seduti, ed una volta a terra decidiamo che incontreremo Nelly direttamente sul posto.
Non è la prima volta che nel cuore di Atene scopro locali all’interno di vecchi palazzi così simili ad anonimi condomini italiani da farmi domandare se al loro interno ci siano davvero musica, fumo e parole sovrapposte e fluttuanti tra il bancone e la sala illuminata di rosso, giallo e blu.
Una vecchia televisione trasmette segnali elettrici silenziosi facendo da sfondo alle performance musicali che si alternano velocemente. Il cipuro al mio stomaco ultimamente non fa troppo bene, di conseguenza sorseggio vino bianco in balcone guardando giù dal quarto piano.
Laggiù, proprio in fondo alla strada, un ragazzo seduto su di un muretto circolare con un albero al centro suona disinvolto la chitarra: resto in silenzio a guardare confondendo le note che mi arrivano dalla stanza con quelle delle sue mani.
Anche Adriano, scenografo greco dal cappotto di montone, si gode lo spettacolo.
“Did you have facebook?”
“No…”
“Anyway, if you send me an e-mail few days before I can give you tickets for free.”
Un invito inaspettato per il 23 febbraio al teatro “Knot”. Per questa sera non dobbiamo dirci altro.
Scendo a piedi percorrendo al buio la spirale di scale che mi riposta in strada. Dopo una serie di battute e finte incomprensioni tra Ats e Nelly -che vorrebbero stare ancora insieme ma che preferiscono rimandare a domani- ci dividiamo: loro ad Exarchia, noi a Psirry.
“My favourite place…”
Più di una volta me ne ha parlato ma sempre al punto giusto da lasciare libera la mia fantasia, e quando entriamo ritrovo le immagini da me create già irrimediabilmente contaminate dal mio primo sguardo.
Piccolissimo, buio ed accogliente.
Sul retro del bancone bottiglie di liquore illuminate con naturalezza. Ats che bacia la cameriera facendomi sentire subito a casa ed i dj che sorridono complici ad ogni cambio di ritmo. Le poche persone ancora presenti sorseggiano super alcolici spogliandosi poco a poco, ed anch’io, in breve tempo, resto in canottiera sentendomi più libera.
Balliamo in silenzio condividendo due birre da quattro euro: io alla sua sinistra e lui alla mia destra.
Tutta la sera.
Altissimo, magro, dalla pelle bianca bianca e dagli occhi azzurri azzurri, Ats si muove deciso interrompendosi solo per sistemare la manica della t-shirt che sistematicamente ricade sul braccio una volta arrotolata. Sembra felice di essere di nuovo qui e quando chiude gli occhi penso che si stia immaginando come sarà la prima volta in cui lui determinerà il ritmo dei nostri corpi a colpi di musica.
A fine febbraio partirà per Berlino ed una volta arrivato forse riuscirà finalmente a fare anche il dj.

  • EPOMENISTASI, ATENE
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17 January 2013
Muri parlanti

Muri parlanti
17 January 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
  • Scritti

La prima volta che me ne accorsi fu in metropolitana, a cavallo tra natale e capodanno. Ricordo che rimasi colpita non tanto dalla scritta quanto dal fatto che fosse all’interno della metro: costruita da un ente privato in occasione dei giochi olimpici, la metropolitana di Atene non lascia troppo spazio alle buone abitudini: vietato mangiare, vietato bere, vietato colorare i muri.
Resta però possibile portare la bicicletta 24 ore su 24 e non pagare il biglietto.
Mi trovavo alla stazione di Monastiraki in attesa di recarmi a casa ed improvvisamente, sulla destra, proprio sul muro che accompagna il viaggiatore al piano inferiore, la vernice nera di una scritta dai confini sbiaditi attira la mia attenzione: KATO TA XERA SAS, APO TI VILLA AMALIA’S.
Resto in silenzio cercando di capire, ma l’unica parola che mi manca è proprio quella necessaria!
Portandomi a casa un po’ d’insoddisfazione scendo anch’io le scale e mi mescolo tra la folla.

La seconda volta che me ne accorsi non fu in metropolitana e a dire il vero non c’è un altro luogo specifico da raccontare, perchè il ricordo è quello di un lento e progressivo aumento delle parole “Villa Amaliàs” sui muri della città. Ad Atene non manca di certo l’arte di strada e ci sono interi quartieri caratterizzati da questo tipo di comunicazione, però ciò che di particolare la vicenda di Villa Amaliàs ha per me, risiede nel fatto di essermi resa conto della sua centralità perchè, a partire da un certo momento, cabine telefoniche, saracinesche, porte, cartelloni pubblicitari, fermate del tram, muri e vetrine sono state riempite di stencil e di scritte.

KATO TA XERIA APO TIS KATALIPSEIS!

VILLA AMALIAS KATALIPSEI GIA PANDA!

KATALIPSEIS PANTOY!

H VILLA AMALIAS KATALIPSEI TA MEINEI!

KATALIPSEI STIS BILES TON AFENTIKON!

10, 100, 1000 KATALIPSEIS!

Un’onda comunicativa difficile da ignorare.

Ricordai allora la telefonata che Michela ricevette a metà dicembre.

“Stanno sgomberando Villa Amaliàs. Io vado!”

Io quella volta non la seguii e lo rimpiango tutt’ora. Fu come quando nel Gennaio 2009 sgomberarono il centro sociale COX 18 nel quartiere ticinese a Milano: un’imponente manifestazione seguì lo sgombero ed io, a causa delle stampelle, rimasi a casa.
Personalmente non ritengo ci siano spazi più o meno significativi; credo però che ci siano luoghi da difendere in quanto simboli, monumenti collettivi, “pezzi di storia della ribellione”.
Villa Amaliàs è uno spazio occupato ventidue anni fa: vent’anni di sperimentazione e realizzazione di un pensiero differente capace di incrinare i meccanismi di controllo e di riproduzione del potere.
Rappresenta quindi qualcosa di grande che la repressione, in maniera beffarda e subdola, vuole nascondere ed infangare.
Il luogo in cui “facevano le molotov” ed in cui si “vendeva la droga”. Queste le banali motivazioni rilasciate ai giornali e passate dalla televisione per bocca del ministro Nikos Dendias.
La prova? Nessuna! Anche perchè l’unico materiale infiammabile ritrovato al suo interno sono stati 250 grammi di petrolio vicino ad una stufa…

Come sottolinea bene un articolo letto recentemente, lo sgombero della più vecchia occupazione di Atene è avvenuto perchè il governo tripartito lo vuole utilizzare come punto simbolico della sua trasformazione verso l’estrema destra. Questo atto è un segnale per il pubblico di estrema destra e una prova chiara della volontà politica del governo di adottare l’agenda politica di Alba Dorata, infastiditi dalla forte presenza antifascista nel quartiere.
Un fascismo reale e visibile nei graffi dei migranti.

Il 20 Dicembre 2012 Villa Amaliàs viene sgomberata.
Il 9 Gennaio viene rioccupata ed immediatamente risgomberata. Le 93 persone che si trovano al suo interno arrestate.
Il 12 Gennaio una manifestazione di circa 2.000 persone percorre l’infinita via 28 Ottobre ed arriva fin sotto al Tribunale. Entro la fine della giornata i ragazzi arrestati sono tutti rilasciati.

Stavolta è Michela a non esserci. Sola in mezzo alla folla canticchio gli slogan sottovoce: ancora non posso urlare. Raccolgo i volantini che usanza vuole vengano lanciati per aria come si fa con i fiori nelle bouzoukerie.
I poliziotti schierati ai bordi del corteo ci ricordano che non siamo mai soli.
Aspettandomi uno scoppio da un momento all’altro continuo a camminare fino al Tribunale guardandomi attorno con attenzione, cercando di capire le intenzioni di chi ho di fianco e fidandomi di chi è qui come me. Devo farlo, altrimenti in casi come questi in cui la tensione fa vibrare i corpi della folla, la paura può prende il sopravvento facendomi desiderare di essere altrove.
Incontro un amico che mi stava cercando.
Ritorno a casa che è ormai buio e dopo aver pagato tre euro per un cappuccino.
Qualche giorno dopo una ragazza mi ringrazierà “a nome di tutta la Grecia” per aver partecipato alla manifestazione di Sabato; credo che se entrambe avessimo parlato in greco mi avrebbe detto qualcosa di diverso e meno imponente.
Per il momento ringrazio timidamente accennando un sorriso.

Link

http://atenecalling.blogspot.gr/2013/01/riguardo-alla-villa.html

http://atenecalling.blogspot.gr/2013/01/perche-difendere-le-occupazioni.html

  • EPOMENISTASI, ATENE
  • Scritti

11 January 2013
Verso Prespa

Verso Prespa
11 January 2013
  • EPOMENISTASI, ATENE
  • Scritti

Il treno parte in orario dalla stazione di Larìssa e le poche persone che salgono hanno con sé bagagli e valigie che nascondono doni da scambiare attorno ad un tavolo di famiglia.
Sono le 7.18, è l’ultimo giorno dell’anno e siamo dirette a Lemòs, piccolo villaggio di circa cento persone riposto nei pressi del Lago di Prespa, ed è proprio il lago l’elemento naturale che segna i confini tra Grecia, Albania e Macedonia.
Un territorio lontano da Atene, che con i suoi cinque milioni di abitanti riempie le strade di contrasti difficilmente riscontrabili all’interno di un paesino di montagna.
Dieci ore di viaggio per arrivare a Flòrina e poi autostop per una quarantina di chilometri; un allontanamento progressivo dalla città e dalle luminarie di Natale in compagnia di tre persone differenti che sto imparando a conoscere.

L’alba arriva lentamente ma senza esitazione e dal finestrino il paesaggio prende forma: ad edifici, palazzi e fabbriche di periferia si susseguono velocemente campi, accenni di bosco e distese pianure. Dopo ore di viaggio improvvisamente il mare ad indicare che ci stiamo avvicinando alla costa est per l’ultima volta. Proseguiremo poi verso l’interno finché il lago lo consentirà.
Il silenzio del risveglio è interrotto solo da una piccola banda di gitani: un paio di uomini con altrettanti bambini si aggirano per il treno cantando un gingol natalizio accompagnati da tamburo e triangolo. Ricordano così ai viaggiatori addormentati il rito natalizio che accomuna tutti i ragazzi di questa nazione.

Arriviamo a Flòrina all’imbrunire e la città è sufficientemente anonima per non far addormentare il desiderio di lasciarsela alle spalle. Non abbiamo molto tempo prima che faccia buio e l’autostop è l’unica soluzione per arrivare a destinazione. Dopo un’ora di attesa in cui manteniamo alto l’umore stuzzicando salatini e cantando vecchie canzoni, un giovane ragazzo non si lascia di certo sfuggire la possibilità di caricare quattro giovani straniere.

“I’m going to Castoria, next Lemòs.

I’ll work there tomorrow.

I’m a singer, in the churc.

Is a good job, 500 euro every time.”

Guida sicuro, lasciando che la macchina sbandi lievemente soltanto quando incontriamo una chiesa ortodossa. Premuroso e gentile, a tratti esprime un nazionalismo a me sconosciuto.
Arrivati al bivio per Castoria decide di accompagnarci fino alla piazza principale di Lemòs; lo invitiamo ad unirsi a noi per la serata ma lo salutiamo quasi sicure di non lo incontreremo mai più.

L’aria è di montagna, leggera e presente.
Entriamo in una delle tre taverne ed ordiniamo un rakomelo per riscaldarci e per festeggiare il nostro arrivo. Due coppie sono sedute di fronte al nostro tavolo: bicchieri sporchi di frappè e cappuccino. La stufa scalda l’ambiente rendendo le guance rosse rosse.
L’arrivo di Maria ci regala il suo sorriso. Terminiamo da bere ed andiamo a casa perché ad aspettarci ci sono una ragazza turca, una lettone ed uno spagnolo.
La fine dell’anno non si fa tardare, e l’ambiente della taverna con i suoi profumi di cibo e raki rende intimi gli ultimi momenti di quest’anno che per me prosegue senza interruzione e scadenze.
Dolci coperte di lana accompagnano il mio sonno ed il mio risveglio.

Ogni mattina è una piacevole scommessa: ci sarà o no l’acqua calda?
Le variabili che possono influire sono molteplici e l’unica costante che si ha è quella di dover comunque caricare di legna la stufa per portare la temperatura ad un certo livello.

“Ma non avete una carriola per portare la legna dal deposito fin dentro?”

Le porte della casa sono di un legno spesso, marrone scuro, forti. Lasciandosele alle spalle si ha la sensazione di entrare in una stanza segreta.
Il ruscello che scorre a qualche metro di distanza inganna l’udito facendomi credere che fuori piova ma al risveglio, stesa ancora sul letto, guardando fuori dalla finestra, intravedo il cielo azzurro e mi rendo conto dell’illusione.

L’ampia cucina si allaga la mattina del primo gennaio per una disattenzione provocata da una buona intenzione: risvegliamo Maria dopo poche ore di sonno ed iniziamo a strizzare stracci bagnati nel cortile.
Due biciclette dalle ruote troppo sgonfie sono appoggiate al muro esterno.
Lì di fianco, una notte, al rientro dai festeggiamenti per Agios Vassillis, accenderemo un fuoco.
Imparo presto che da queste parti l’onomastico è quasi più importante del compleanno.

Il rituale si manifesta uguale e diverso negli anni: il festeggiato, in compagnia di moglie e figli, aspetta solenne nella propria casa che parenti ed amici vengano a fargli visita. Sul tavolo si ricambiano pietanze e bevande senza che il piatto di qualcuno resti vuoto. Il vino rosato ed il cipuro “made at home” scorrono veloci giù per la gola come le parole. La stessa sensazione di caldo provocata dalla stufa a legno invade lentamente i corpi fintanto che, bisognosi di aria fresca, rientriamo a casa sul retro di una jeep.

Tre giorni trascorrono rapidi.
Riparto per Atene consapevole che sarà soprattutto il sole caldo del mattino e l’apparente immobilità del lago e del villaggio ad incrementare la mia voglia di tornare.

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20 December 2012
Incontri al calar della notte

Incontri al calar della notte
20 December 2012
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Tre brevi racconti per rendervi partecipi degli ultimi incontri avvenuti in città.
Oggi si può dire che sia iniziato l’inverno. coperte, the della montagna e calze di lana potrebbero prendere il sopravvento. resta la luce intensa che mi spinge sempre ad uscire.
Anche qui hanno acceso le luminarie (iniziavo a credere che a causa della crisi la strategia fosse “montarle ma non accenderle”), i bengalesi vendono cappelli di babbo natale al semaforo e le stelle di natale a 5 euro spopolano sui marciapiedi.
Al mercato si possono però sempre trovare le fragole…


1
Conosco Romano mentre è seduto al bancone del bar. Sorseggia del the in silenzio.
Ordino un bicchiere di vino rosso in greco e poi mi rivolgo a Michela: “Tu bianco, no?”
All’improvviso lui si volta.
-“Italiana?”
Anche lui nasce a Milano, molto prima di me. Emigra quasi subito ma non abbastanza presto da non imparare la lingua. Si trasferisce con la famiglia nella svizzera tedesca. Poi inizia il viaggio. Un continuo spostarsi da una nazione all’altra attraversando confini e frontiere, ricercando incontri ed occasioni. Per fermarsi e per ripartire.
In Grecia da sei mesi, non parla una parola di greco. “Perché le persone capiscono subito che sono straniero, e così preferisco utilizzare l’inglese”. Conosce anche il francese, il russo, il tedesco e un altro paio di lingue conosciute da una minoranza. Sceglie la Grecia per differenti motivi, io credo anche casuali e non del tutto definiti da un’intenzione specifica. Curiosità sicuramente. Gusto nel vivere in una nazione mediaticamente sotto i riflettori. Arriva a Patrasso e dopo un paio di mesi a Samotraki -isola selvaggia a Nord est del paese storicamente interessata da riti magici e propiziatori- si sposta a Tessaloniki, seconda città del paese per numero di abitanti. Si muove a seconda dell’ospitalità che riesce a ricevere. In caso contrario la spiaggia, una panchina, un parco, una stazione o un treno gli fanno da riparo notturno. Arriva infine ad Atene. A breve dice che rientrerà in Svizzera perché deve compilare dei documenti per ricevere la pensione. Deduco così che ha circa 65 anni. Io gliene avrei dati di meno, Michela di più.
Romano non è il “classico barbone”, termine da cui mi dissocio ma che utilizzo per rendere comprensibile l’immaginario a cui m riferisco. Non è certamente un uomo distinto e non ha l’aria da professore, ma quando parla gli credo: questo fa la differenza.
Mi è capitato più volte di imbattermi, in Grecia come in Italia o in altri parti del mondo, in personaggi improbabili, con una storia avventurosa ma incapaci di trasmettermi, dal primo momento fino all’ultimo, fiducia totale rispetto a quello che mi andavano contando. Con lui è diverso. Ed oltre a raccontarmi delle prime esperienze da giornalista free lance e dell’ottima paga che riceveva un tempo, mi fa un sacco di domande: per capire cosa penso più che per scoprire cosa faccio.
E quando canto con lui “…certo bisogna farne altrettanta per non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni…” si emoziona. Si emoziona davvero. Scuote la testa sorridendo a denti stretti e mi stringe le spalle con entrambe le mani.
Solo questa frase, il resto della canzone rimane superfluo. Ci siamo capiti.
Ha un progetto in mente ed io credo che sia ormai un’ossessione, qualcosa che si porta dentro e che non riesce a realizzare; un’idea generale sul mondo e sui possibili modi per salvarlo da catastrofi
ambientali e rapporti interpersonali in via di dissoluzione, da consumi superflui e militarizzazione progressiva. “Non te ne parlo perché ci vorrebbe troppo tempo…” Accetto l’intenzione ma periodicamente cita questo enorme progetto da cui un tempo forse sono dipese molte scelte avvenute nel corso della sua vita. Ne parla come di qualcosa di realizzabile ed impossibile allo stesso tempo, concreto ed assolutamente ideale, rinchiuso nella sua mente a tratti confusa e distratta dalla bellezza del viaggio e da quello che la vita, a volte involontariamente, ci presenta davanti.

Gli compro una stampa di un disegno dai tratti infantili che rappresenta lo sfruttamento occidentale dell’Africa. Un euro. Non mi chiede di più, perché “ è sufficiente per comprarmi le sigarette di contrabbando qui fuori.”


2
Rientrando verso casa con Maria, una bella danzatrice andalusa che vive a Prespa, piccolissimo villaggio di montagna a Nord ovest della Grecia che condivide con l’Albania un lago e dei monti, ci imbattiamo in un fuoco improvvisato al limite della piazza principale di Exarchia. Gli chiedo se si vuole fermare anche se già conosco la risposta. Non è tardissimo, saranno più o meno le tre: il quartiere non è ancora totalmente silente, in molti stanno raggiungendo letti e sogni rassicuranti, le cameriere spazzano per terra e lanciano secchi di acqua sporca appena fuori dai locali, i taxisti aspettano sonnolenti che qualcuno gli bussi al finestrino.
Il fuoco è alimentato da pezzi d legno raccattati qua è là.
Tre africani, un giovane ragazzo bengalese che ha poco più di vent’anni, un altro che preferisce restare seduto in silenzio, un uomo che se ne va appena io e Maria “chiediamo il permesso” di entrare a far parte del cerchio, un albanese di mezza età che si unisce a noi successivamente. Il suo arrivo si trasforma in reale momento di gioia: ha con sé un bancale nuovo trovato nel parcheggio di un supermercato.
Il ragazzo africano che parla poco e che indossa scarpe eleganti fuori moda inizia a rompere il bancale sistematicamente: pezzo dopo pezzo, senza fretta, praticando l’arte della strada. Non che sia difficile spaccare un bancale, ma il modo in cui lui lo affronta mi colpisce veramente. E’ in generale tutta la sua figura che non mi lascia indifferente anche se non ci guardiamo mai negli occhi: saranno i vestiti che indossa, i tipici abiti africani provenienti dalla moda italiana anni 60 composta da giacca, pantaloni da uomo scuri e scarpe di cuoio. Pazientemente ordina su due pile i pezzi di legno  divisi a metà. Ma quando il signore albanese vuole mettere altra legna ad ardere non è lui che interviene dicendogli di no ma il ragazzo senegalese.
Potere? Personalità più o meno forti a confronto?
Nonostante la nostra presenza rechi interesse e susciti domande, attorno a questo fuoco si parla molto poco. Brevi discorsi sufficienti per capire in linea generale chi si ha davanti e poi stop. Le fiamme ed il calore incantano chiunque. A tratti il signore albanese si ricorda di passate parole italiane imparate un tempo in Italia; per il resto continua a rivolgersi a noi in greco anche se è evidente che non capiamo tutto.
Mi interrogo su quali siano i motivi del nostro essere qui ora: freddo, desiderio di non rientrare a casa, impossibilità di rientrarvi perché una casa non la si possiede, attesa del sole del mattino, inconscio piacere di trovarsi circondati da persone che non si conoscono, puro amore per il fuoco.
Nessuno beve la birra che io e Maria offriamo e nessuno di loro fuma le canne che l’amico del giovane ragazzo bengalese ci offre.
“Non potete rifiutare perché un’erba così non la troverete più qui ad Atene: good trip without red eyes. No problems with police!”
Rientriamo a casa attraversando Kolonaky, uno dei quartieri storicamente più ricchi di Atene a metà tra Piazza Syntagma e le ambasciate. Un angolo di strada mi ricorda sempre il centro di Londra.
Il fuoco è ormai lontano ma io non ho più freddo.


3
Il bar l’avevo visto una settimana prima.
Ero alla ricerca di una pompa per la bicicletta ed avendola trovata molto prima di quanto pensassi decisi di camminare un po’ godendomi le ultime luci della giornata. Attraversai così Ermou street iniziando ad esplorare le strette vie che compongono Psyrri. Colpita dalla quantità di negozi ed edifici chiusi, rallento il passo davanti alle saracinesche abbassate provando ad immaginare la destinazione d’uso passata. Ogni tanto è ancora possibile guardare oltre le vetrine impolverate. E’ come se qui il ritmo della città fosse un ricordo lontano: nella maggior parte delle vie tutto è immobile, in silenzio, addormentato, in attesa. Incontro un alimentari aperto e resto colpita dalla due figure sedute fuori: uno dorme al caldo di coperte di lana mentre l’altro setaccia qualcosa che non mi è chiaro. Indossa una specie di tunica color panna in stile arabo, ha la barba lunga ed un
turbante.
Insegne rotte, graffiti, scritte imponenti. Tutt’ad un tratto una piazzetta molto carina e vivace. La stazione della metro. La coscienza che in fondo non ero poi così persa e la decisione immediata di ributtarmi nelle stradine silenziose lasciandomi alle spalle la geografia della città.
Ritorno davanti all’alimentare, scopro un negozio di antiquariato che ha una bellissima televisione rossa oltre che una proprietaria dal sorriso invitante, passo davanti a parcheggi vuoti.
Imbocco una via laterale fiancheggiata da un parchetto e improvvisamente una musica precede i miei passi: chitarra, voce e bouzouki. Come da tradizione.

La porta del bar è aperta e un paio di persone sono sedute ai tavolini di metallo esterni; sosto appena il tempo per constatarne le piccolissime dimensioni e la composizione umana. Una donna soltanto, uomini di mezza età, un ragazzo giovane con i lunghi capelli biondo cenere, un altro con i rasta di una vita.
Me lo lascio alle spalle memorizzando il nome della via. Sulla mia mappa non lo trovo ed io dimentico presto il nome. Sicura che lo ritroverò riprendo il cammino dirigendomi verso il quartiere cinese-pakistano alla ricerca di legumi e spezie sconosciute.
Passano i giorni, un’amica viene a farci visita e così approfitto della sua presenza per ritornare a Psyrri. Voglio mostrarle le vie deserte ed i muri parlanti. Le parlo del bar e della possibilità di incontrarlo. A differenza della settimana scorsa oggi è sera. Le luci natalizie quasi del tutto assenti ed i lampioni rotti rendono l’atmosfera ancora più interessante. Camminiamo parecchio senza meta ed ad un certo tempo, proprio quando la gola era ormai troppo secca per poter continuare, incontriamo il bar. La porta è chiusa e il fumo così intenso da rendere deboli le luci del locale.
Vetri appannati.
- “Queres entrar?”
- “Claro, por una cervezita…”
L’atmosfera appannata resa intensa dalla musica. Gli occhi che ci guardano e che ci accolgono. Non ci sentiamo a disagio neanche per un attimo nonostante la nostra estraneità all’interno di un contesto famigliare. Il nostro parlare spagnolo non diventa un problema di comunicazione e non tanto perchè qualcuno lo parla, ma perchè inevitabilmente è il greco a farsi canale di comunicazione. Un greco rozzo, con poche coniugazioni e con il tempo presente anche quando si parla del passato. Un greco capace di raccontare chi siamo, perchè siamo qui dove abitiamo e poco altro. Un greco che lascia spazio all’improvvisazione linguistica, al linguaggio del corpo, al silenzio.
Il ragazzo giovane dai capelli biondo cenere che l’altra volta stava seduto al tavolino fuori in compagnia del rasta oggi non smette di suonare: chitarra, bouzouki, violino ed un altro strumento a corde di cui non ricordo il nome. Tre o quattro uomini si alternano strumenti e parole. Tutti sanno cantare e la musica avvolgente ti fa passare la voglia anche di andare in bagno. Il primo a parlarci è un signore anziano dai ricci capelli grigi nascosti in buona parte da un buffo cappello con la visiera blu. A seguire un signore che sa l’italiano per motivi di studio passati. Dopo di lui il proprietario del bar, un signore albanese sorridente e che sistematicamente ripone il
bouzouki al suo posto ogni qualvolta che non è utilizzato.
Anche lui parla italiano: ha lavorato parecchio tempo in Italia ed ora si trova ad Atene.
-“E’ bello questo bar, si sta bene.”
-“Già, è per dimenticare i problemi del mondo esterno…”
L’abbigliamento della maggior parte delle persone presenti trasmette la loro appartenenza ad una classe popolare sicuramente in crisi ma ancora capace di godersi la vita.
E più il tempo trascorre più io e Maria ci facciamo vicine e disinvolte. E quando mi offrono il bouzouki non mi tiro indietro e inizio a strimpellare introiettando l’aria che mi circonda.

Re La Re: sei corde per tre tonalità.
Lascio il bouzouki al ragazzo biondo e passo alla chitarra: il signore che parla italiano mi dice le note che devo fare e per alcuni minuti siamo davvero in sintonia.
Ci offrono altre due birre. Penso che sia sempre bello ricevere un altro giro quando lo si desidera.
E come io ero inquieta perché desideravo suonare, Maria vuole ballare. Si muove costantemente sulla sedia perché non può più stare ferma. L’anziano signore dai capelli ricci lo capisce e la invita ad alzarsi. Ballano insieme per alcuni minuti ma poi lei prende il sopravvento e la sua figura riempie la stanza di azione. La musica incalzante, il volume più intenso, i sorrisi sinceri e senza malizia.
Terminiamo le birre al suono del reggae: un uomo arrivato da poco prende la chitarra e felice canta Bob Marley regalandoci nuove sonorità che ci accompagnano fino a casa.

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06 December 2012
6 dicembre 2012

6 dicembre 2012
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La scritta appare all’improvviso. Non mi stupisce che sia in italiano perchè mi è familiare, però immediatamente mi rendo conto che non sono in Italia ma ad Atene. Un sorriso appare sul mio viso perchè mi sento complice del messaggio, solidale con chi ha deciso di imprimere sul muro di una delle banche più centrali della città la rabbia, il disgusto e la voglia di andare avanti continuando a lottare, qualsiasi cosa questo verbo significhi.

“ALEX E’ VIVO! ACAB”

Il 6 dicembre del 2008, Alexandros Grigoropoulos, uno studente di 15 anni, viene ucciso ad Exarhia a causa di un colpo di pistola inflittogli da un poliziotto ora all’ergastolo.
Oggi ad Atene, come in altre città della Grecia, la commemorazione è d’obbligo: manifestazione studentesca, manifestazione dell’estrema sinistra, manifestazione anarchica.
La guerriglia non si fa attendere ed Exarhia prende forma: cassonetti incendiati, muri spaccati per poter avere con sè pietre da tirare, gente che corre, lacrimogeni che avanzano, gruppi di anarchici all’attacco dei poliziotti. Momenti di calma e di panico si rincorrono. Sparsi per tutto il quartiere si creano così differenti luoghi e momenti di scontro. Focolai.
Se chiudo gli occhi è proprio il fuoco l’elemento che ricordo meglio e che allo stesso tempo ha reso il tutto così magico ed intenso.
L’odore della spazzatura in fiamme mi ricorda sempre Nairobi e la frontiera con il Marocco.
Penso all’Africa ad Atene.

Per me oggi è difficile capire cosa fare: fino a che punto spingersi, a che momenti prendere parte, dove andare e con chi. Bilanciare il desiderio d partecipare con quello di guardare, l’istinto con la razionalità, il coraggio con la paura.
Soprattutto perchè basta spostarsi di qualche via per poter far finta che non sta accadendo nulla: anche il 6 Dicembre ad Exarhia è possibile bere un caffè stando comodamente seduti al tavolino di un bar. Gli spari restano alle spalle, a tratti arriva un po’ di fumo a causa dei lacrimogeni, dei poliziotti passano trotterellando e giovani ateniesi si siedono per respirare un po’ d’aria e bere un bicchiere d’acqua.

Eccitanti paradossi che rendono la mia permanenza inusuale ed imprevedibile.

http://en.wikipedia.org/wiki/2008_Greek_riots

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25 October 2012
Thalassa

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25 October 2012
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Arrivare ad Atene senza vederne il mare, per poter dare una risposta sincera ed incondizionata alla domanda: “ma sarà una città di mare?”

Che poi cosa significa non lo so bene nemmeno io: strade larghe in stile California? Viali di palme, chioschi che servono bibite fresche agli angoli delle strade, giovani che sfrecciano sui rollerblade e ragazzi in costume ed infradito nei bar?

Atene non è così, riesce a “nascondere” il suo mare relegandolo ad alcuni quartieri lontani dal centro e dall’Acropoli, ben distante dalle vie intasate di negozi in perfetto european style e dalle decine di baretti, ristoranti e caffè che accompagnano il turista medio nella sua prima uscita serale.

Non so bene ancora nemmeno io perchè tutta questa importanza al mare, o meglio, al fatto che vivo in una città di mare, appoggiata sul mare e contornata da decine di isole.

Forse semplicemente perchè è la prima volta che mi capita in ventisette anni? Una risposta definitiva non c’è, sicuramente resta il fatto che questo mare, anche se ancora non l’ho visto né toccato, esiste e si lascia respirare, si fa vento improvviso che scompiglia i capelli dei passanti in Piazza Sintagma, trascina le pagine dei giornali abbandonati, rimbomba nel traffico cittadino, supera i confini impostigli dal cemento del porto e richiama continuamente a sé trasformandosi in desiderio di viaggio.

Arrivare al Pireo, salire sulla nave e dirigersi verso le isole.

Imboccare la statale, lasciarsi alle spalle Tessaloniki, superare il confine e parcheggiare ad Istanbul. Chiudere la porta di casa, iniziare a camminare e perdersi tra le vie di Atene.

Restare per ore seduti davanti ad una cartina in cui Albania, Turchia, Grecia e Macedonia si trasformano da nazioni ben distinte a possibili strade da percorrere.

Le dimensioni del viaggio sono pressoché infinite perchè una situazione ne crea un’altra, un incontro genera nuove destinazioni, una pausa la possibilità di chiacchierare. Occorrerà quindi fare delle scelte, prendere delle decisioni rispetto a ciò che si sta facendo e che si vorrebbe fare, avere il coraggio di rischiare e ricercare qualcosa di più, di sorprendente se l’abitudine trasforma la ricerca e l’osservazione in sterile quotidianità, avere la costanza di approfondire un argomento o una situazione nel momento in cui questa si presenta come interessante ed ostile allo stesso tempo.

Senza dimenticare che l’importante, in una città di mare, è continuare a navigare.